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Cara AUDIRADIO,
il ritorno di una ricerca ufficiale sull’ascolto radiofonico italiano è stato un fatto importante. Dopo gli anni di RADIO MONITOR e di TER, il 2025 ha segnato l’avvio di un nuovo sistema JIC (Joint Industry Committee). Il 2026 ci sta permettendo di conoscerlo meglio, di utilizzarne i dati, di confrontarne i risultati e anche di comprenderne progressivamente caratteristiche e limiti.
Credo che il modo migliore per sostenere una ricerca sia proprio questo: usarla molto, studiarla molto e continuare a chiederle di migliorare.
Per questo, guardando già al 2027, vorrei avanzare sei proposte.
Non sono le sole possibili. Sono però, a mio giudizio, sei questioni sufficientemente concrete da poter essere affrontate.
1. Accuratezza: più interviste significano davvero maggiore precisione?
AUDIRADIO ha aumentato il numero complessivo delle interviste rispetto al passato e ha organizzato la rilevazione attraverso più stream. È certamente un elemento positivo. Ma contemporaneamente sta accadendo qualcosa che riguarda ormai tutte le ricerche CATI: raggiungere telefonicamente alcune componenti della popolazione è sempre più difficile.
Una parte crescente degli italiani non risponde a numeri sconosciuti, filtra le chiamate, utilizza in modo diverso il telefono o semplicemente non è disponibile a partecipare a un’intervista. Ed è plausibile che questa difficoltà non sia distribuita casualmente nella popolazione. Alcuni segmenti sociali, professionali, culturali o tecnologicamente più evoluti potrebbero essere più difficili da intercettare di altri.
Nel frattempo, per consentire agli istituti di completare i campioni, sono stati resi meno stringenti alcuni requisiti relativi al riempimento delle celle socio-demografiche. Da qui nasce una domanda che credo sia fondamentale.
L’accuratezza complessiva
della ricerca AUDIRADIO
sta migliorando o peggiorando
rispetto a TER 2024?
Il maggior numero di interviste compensa pienamente le maggiori difficoltà di reclutamento? E soprattutto: disponiamo di indicatori che permettano al mercato di comprenderlo? Perché il numero assoluto delle interviste è importante, ma non basta. Un campione più grande non è automaticamente un campione migliore. La vera questione è quanto quel campione riesca a rappresentare correttamente la popolazione che vogliamo misurare. Su questo punto sarebbe molto utile una crescente trasparenza metodologica.
2. Il mattino degli italiani comincia alle 5:00
C’è poi una questione molto più semplice. La giornata Radiofonica continua sostanzialmente a essere rappresentata come se iniziasse alle 6:00. Ma gli italiani sembrano pensarla diversamente.
I dati mostrano una quota di ascolto significativa nella fascia compresa tra le 5:00 e le 6:00, e il fenomeno appare sempre più interessante. Non dovrebbe sorprenderci. Cambiano gli orari di lavoro, cresce la mobilità, aumentano le professioni con turnazioni differenti e cambiano gli stili di vita. La Radio accompagna tutto questo. Per molti ascoltatori il mattino non comincia più alle sei. Comincia alle cinque.
Perché allora non far iniziare da quell’ora anche la ricostruzione della giornata nelle interviste? La Radio non può decidere a che ora si svegliano gli italiani. Può però cercare di misurarli meglio quando lo fanno.
3. Dopo i 64 anni non siamo tutti uguali
Le classi d’età utilizzate nei volumi presentano un’altra evidente asimmetria. Per una parte molto ampia della popolazione abbiamo segmentazioni di dieci anni. Poi improvvisamente arriviamo alla classe: 65 anni e oltre.
Dentro quella categoria finiscono insieme persone di 65, 75, 85 e persino 95 anni. È diventato un aggregato troppo ampio. Non solo perché la popolazione italiana sta invecchiando e la dimensione numerica di quel gruppo è sempre più rilevante. Ma soprattutto perché le persone comprese al suo interno possono avere comportamenti, consumi, mobilità, familiarità digitale e abitudini radiofoniche profondamente differenti.
Un sessantacinquenne e un ottantacinquenne appartengono davvero allo stesso target? Statisticamente può essere comodo. Editorialmente e commercialmente molto meno.
La proposta è semplice:
65-74 anni
75 anni e oltre
Mantenendo eventualmente anche il dato complessivo 65+ per assicurare la continuità con le serie storiche. Sarebbe un piccolo cambiamento nei volumi, ma un grande miglioramento nella capacità di leggere una parte sempre più importante della popolazione italiana.
4. Qual è davvero la Radio più ascoltata?
Qui arriviamo a una questione culturale prima ancora che statistica. In Italia continuiamo a classificare prevalentemente le Radio attraverso il Giorno Medio. Il risultato è che titoli, comunicati stampa e classifiche pubbliche finiscono continuamente per identificare il maggior numero di persone raggiunte almeno una volta nella giornata con il concetto di Radio “più ascoltata”.
Ma sono due cose differenti. Il Giorno Medio racconta la capacità di una stazione di entrare in contatto con molte persone. È una metrica importante. Ma non misura quanto quella Radio venga effettivamente ascoltata nel corso del tempo. Per questo esistono l’AQH e l’AQH Share.
Se vogliamo capire quante persone mediamente stanno ascoltando una Radio in un determinato momento, dobbiamo guardare l’AQH. Se vogliamo conoscere quale quota dell’ascolto complessivo viene conquistata da quella emittente, dobbiamo guardare l’AQH Share. È dunque arrivato il momento di dare a queste metriche la centralità che meritano. Una Radio che viene accesa da molti non è necessariamente la Radio che viene ascoltata di più.
Reach e ascolto
non sono sinonimi.
Sarebbe importante che anche AUDIRADIO contribuisse a favorire una lettura più evoluta del mercato, evitando che il Giorno Medio continui quasi automaticamente a essere interpretato come il ranking principale delle emittenti. AQH e AQH Share descrivono meglio la capacità di una Radio di conquistare tempo e attenzione. Ed è precisamente questo il terreno sul quale oggi la Radio compete.
5. “Lei ha ascoltato…”: attenzione ai naming ambigui
C’è un tema poi che riguarda direttamente la formulazione della domanda. Quando chiediamo a un intervistato:
“Lei ha ascoltato…?”
ciò che segue dovrebbe identificare una stazione radiofonica nel modo più inequivocabile possibile. Esistono tuttavia denominazioni che coincidono, o quasi, con espressioni di uso comune. Pensiamo a naming come: Musica Italiana. Oppure: Giornale Radio.
Non entro minimamente nel merito della legittimità giuridica di questi marchi. Se esistono e operano, avranno evidentemente le loro ragioni e le relative tutele. Ma il problema metodologico è differente. Una denominazione può essere perfettamente lecita dal punto di vista del brand e contemporaneamente generare ambiguità all’interno di un’intervista.
Quando l’intervistatore pronuncia “Musica Italiana”, l’intervistato identifica certamente un’emittente oppure potrebbe semplicemente riconoscere un genere? Quando sente “Giornale Radio”, pensa sicuramente a una specifica Radio oppure al notiziario radiofonico in generale? Il rischio di riconoscimenti impropri dovrebbe essere trattato con la massima severità. Non per impedire a qualcuno di partecipare alla ricerca. Ma proprio per proteggere tutti i partecipanti alla ricerca.
La liceità di un nome non coincide
automaticamente
con la sua neutralità metodologica.
AUDIRADIO dovrebbe quindi adottare criteri ancora più rigorosi di quelli di cui si è occupato il CdA per tutti quei naming che, nel contesto specifico dell’intervista, possono confondersi con categorie, generi, programmi o espressioni comuni del linguaggio Radiofonico.
6. Analisi dei dati: possiamo uscire dall’era del PDF?
C’è infine un tema che riguarda non la raccolta del dato, ma ciò che accade dopo. AUDIRADIO rende pubblici i propri risultati attraverso volumi in formato PDF. È certamente importante che esista una documentazione accessibile a tutti. Ma il PDF è ormai uno strumento largamente inadeguato per l’analisi. È un formato pensato soprattutto per leggere dati, non per interrogarli, incrociarli, elaborarli e trasformarli in conoscenza. Ed è proprio qui che oggi si crea una forte asimmetria.
Le aziende, gli editori e le concessionarie più strutturate possono utilizzare software certificati attraverso i quali operare direttamente sul cosiddetto “nastro”, sviluppando analisi estremamente articolate. Chi non dispone di quei software, delle relative competenze o delle risorse economiche necessarie rimane invece confinato ai volumi. Si determina così, inevitabilmente, un sistema a due velocità. Da una parte chi può realmente analizzare la ricerca. Dall’altra chi può prevalentemente consultarla. È ancora accettabile nel 2027?
L’arrivo dell’Intelligenza Artificiale rende questa domanda ancora più urgente. Oggi un volume elettronico strutturato potrebbe essere interrogato ed elaborato anche attraverso agenti di IA, rendendo possibili analisi che fino a pochissimo tempo fa richiedevano strumenti specialistici e competenze tecniche non disponibili a tutti.
Perché allora non immaginare, almeno per le emittenti regolarmente iscritte ad AUDIRADIO, la possibilità di accedere a un volume elettronico strutturato, senza che l’intermediazione di un software specializzato costituisca necessariamente l’unica strada? Non significherebbe liberalizzare indiscriminatamente il dato. Anzi. Potrebbe significare fare esattamente il contrario: aprire, ma regolamentando.
AUDIRADIO potrebbe stabilire un preciso codice di utilizzo dei dati, definendo cosa può essere elaborato, pubblicato, confrontato e diffuso. Potrebbe prevedere obblighi di citazione delle fonti, regole sulla significatività statistica, limiti all’uso improprio delle segmentazioni, criteri per la pubblicazione delle classifiche e indicazioni specifiche per le elaborazioni generate attraverso sistemi di Intelligenza Artificiale.
In altre parole, invece di cercare di proteggere il dato rendendolo difficile da utilizzare, si potrebbe proteggerlo insegnando e imponendo come utilizzarlo correttamente. Il rischio dell’IA non è infatti che permetta troppe analisi. Il rischio è che permetta cattive analisi a chi non ne conosce i limiti. Ed è proprio per questo che servono regole.
Ma sarebbe un errore utilizzare questo rischio come ragione per mantenere un sistema nel quale l’accesso avanzato al dato rimane sostanzialmente riservato ai soggetti più strutturati. L’Intelligenza Artificiale può rendere l’analisi dell’audience molto più democratica. AUDIRADIO potrebbe scegliere di guidare questo processo, invece di subirlo.
Sei proposte, non sei critiche
Potrei aggiungerne altre. Preferisco fermarmi qui. Perché queste sei mi sembrano questioni concrete, affrontabili e soprattutto utili. AUDIRADIO ha restituito al sistema Radiofonico italiano una ricerca ufficiale e condivisa con l’industria della pubblicità. È stato un passaggio essenziale. Ora può cominciare una seconda fase.
Quella nella quale non ci accontentiamo semplicemente di avere nuovamente i dati, ma proviamo insieme a renderli sempre più accurati, leggibili, accessibili e aderenti alla realtà che devono rappresentare. La Radio sta cambiando. Cambiano gli ascoltatori. Cambiano gli orari. Cambia la popolazione. Cambiano le modalità con cui riusciamo a contattare le persone. E cambia radicalmente anche il modo in cui possiamo analizzare i dati. È naturale che cambi anche il modo di misurare e distribuire la conoscenza sull’ascolto.
Cara AUDIRADIO, per il 2027 possiamo provarci?
Photo Credit: iStock.com/Thitima Uthaiburom
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