Communications tower. Antennas at sunset on Mount Jaizkibel, Basque Country
I numeri di iHeartMedia dicono che podcast e digital audio crescono. Vero. Ma raccontare questi risultati come se la Radio fosse ormai un dettaglio del passato è una forzatura. Più che un’analisi, è un trucco lessicale: cambiare nome alle cose per cambiare il racconto.

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C’è un modo molto scorretto di raccontare i risultati di iHeartMedia: prendere il grande e primo gruppo Radiofonico USA, osservare che podcast e digitale stanno crescendo, e con un colpo di vernice semantica trasformarlo in un caso di successo “audio”, come se la Radio fosse ormai un residuo folkloristico. È la solita e ormai prevedibile narrazione di Newslinet, di chi legge tutto in chiave IP, anche quando i numeri raccontano una gerarchia diversa.

Una cosa è dire che il digitale cresce più rapidamente. Un’altra, assai diversa, è dire o suggerire che il successo di iHeartMedia non sia più Radiofonico. I dati ufficiali diffusi dalla stessa azienda trasmettono infatti che nel quarto trimestre del 2025 il Multiplatform Group ha generato 664,8 milioni di dollari, mentre il Digital Audio Group si è fermato a 386,6 milioni. Anche sull’intero 2025 il rapporto resta chiarissimo: 2,274 miliardi al Multiplatform contro 1,329 miliardi al Digital Audio.

In sintesi: il digitale corre,
ma il blocco Radio-multipiattaforma
pesa ancora molto ma molto di più!

Il Multiplatform Group e il Digital Audio Group

Chiariamo al meglio la natura dell’accorpamento multipiattaforma per poi entrare nel merito dei fatti nei racconti a senso unico di Newslinet. Nel lessico ufficiale di iHeart Media, il Multiplatform Group comprende la Radio broadcast, i network Radiofonici, le sponsorship Radiofoniche e gli eventi che sono connessi alle stazioni. Non si tratta di un residuo del passato, ma ancora dell’asse portante del business. Grazie ai report della stessa iHeart Media possiamo inquadrare quali sia il perimetro delle attività.

  • Il Markets Group, cioè le sue 860+ stazioni broadcast AM/FM nei mercati USA.
  • Il business Events, sia live sia virtuali.
  • La suite SmartAudio per targeting e attribution.
  • Premiere Networks, che comprende anche Total Traffic and Weather Network.
  • BIN: Black Information Network.
  • La National Sales Organization (la propria concessionaria di pubblicità nazionale)

Quindi il Multiplatform Group non è “audio generico”. È il blocco dove stanno la Radio broadcast e tutto il suo ecosistema commerciale/distributivo allargato. Il digitale puro e i podcast, invece, iHeart Media li include nel Digital Audio Group.

“Cresce di più” non significa “Vale di più”

Qui si vede la prima torsione lessicale. “Cresce di più” non significa “Vale di più”. È una confusione molto diffusa e molto comoda. Se un segmento aumenta del 14% e un altro cala del 3%, il primo è certamente il motore della crescita marginale; ma non diventa per magia il centro economico dell’azienda. È il vecchio trucco di prendere la parte più dinamica e incoronarla come parte dominante, quando i ricavi assoluti raccontano ancora un’altra storia. Nel Q4 2025 i podcast salgono a 174 milioni e il Digital Audio fa molto bene; ma il Multiplatform continua a valere quasi il doppio!

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“Broadcast” e “Futuro” non sono parole incompatibili

C’è poi una seconda torsione, ancora più interessante: il pezzo di Newslinet oppone “Broadcast” e “Futuro” come se fossero categorie incompatibili. Ma la fonte primaria di iHeartMedia racconta esattamente il contrario.

Bob Pittman, CEO di iHeart Media

Bob Pittman non dice: “Stiamo finalmente andando oltre la Radio”. Dice che nel 2026 uno degli obiettivi principali è riportare alla crescita il Multiplatform Group e che l’azienda continua a investire negli sforzi programmatici per includere l’inventory della Broadcast Radio nelle piattaforme come Amazon DSP e Yahoo DSP.

Non solo: aggiunge che accordi recenti con Netflix e TikTok sono, parole sue, una “Validation of the power of broadcast Radio”. Quindi il senso strategico vero non è “Uscire dalla Radio”, ma rendere la Radio sempre più vendibile, integrabile e tecnologicamente evoluta.

L’uso strumentale della parola “audio”

Ecco perché la differenza non è solo lessicale: è proprio concettuale. Chiamare tutto “audio” può avere un senso industriale ampio, ma diventa fuorviante quando serve a nascondere da dove arrivano davvero la scala, la massa critica e la forza commerciale del gruppo. Perché “audio” è una parola-ombrello. “Radio”, invece, è una piattaforma concreta con torri, marchi, reti locali, raccolta, inventory, presenza territoriale, abitudine quotidiana, capacità promozionale e potenza distributiva.

Se si usa “audio” per includere tutto, bene.
Se lo si usa per far sparire la Radio dal racconto,
allora non siamo più nell’analisi:
siamo nella propaganda e nella retorica
da monocultura mediale.

La disponibilità di liquidità è da raccontare con la leva finanziaria

C’è infine un ultimo dettaglio che merita attenzione. Newslinet sottolinea la “Buona disponibilità di liquidità” di iHeartMedia, e il dato esiste: a fine 2025 la società dichiara circa 271 milioni di dollari di cassa e 640 milioni di liquidità disponibile. Ma la stessa comunicazione ufficiale ricorda anche che il debito totale è di 5,053 miliardi e il net debt di 4,54 miliardi. Quindi raccontare la liquidità senza ricordare la leva finanziaria è come descrivere un transatlantico parlando solo della vernice sul ponte: non è falso, ma manca un pezzo piuttosto importante del paesaggio.

La chiarissima conclusione

La conclusione, allora, è molto semplice. iHeartMedia non dimostra affatto la fine della Radio. Dimostra qualcosa di più serio e più utile.

Una grande azienda Radiofonica
può crescere nel digitale
senza cessare di avere nella Radio
il proprio asse economico e strategico.

Il digitale aggiunge, accelera, amplia. Ma non cancella. A cancellare, semmai, ci provano certe narrazioni. Con le parole. E talvolta con un certo zelo quasi religioso, quello dei monopiattaformisti che vedono “audio” dappertutto, purché non si dica più “Radio”.

Photo Credit: iStock.com/poliki

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