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Carlo Mancini racconta il decennio in cui la Radio italiana imparò a scegliere un pubblico, costruire un formato e mantenere una promessa. Il problema non è ciò che abbiamo imparato allora. È ciò che abbiamo smesso di imparare dopo.

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La polemica

“La Radio italiana è ferma agli anni Novanta”. La frase può denunciare un ritardo reale. Ma, se trasforma quel decennio nel colpevole, sbaglia bersaglio: proprio allora la Radio commerciale italiana imparò a darsi un’identità, una promessa e un metodo.

Le polemiche sono utili quando obbligano a distinguere. Dire che la Radio italiana sia ancora ferma agli anni Novanta contiene una parte di verità: dopo quella stagione molti editori hanno scelto la conservazione, e il sistema, Mediaset compresa, non sempre ha sviluppato il prodotto con il coraggio che il cambiamento tecnologico e sociale avrebbe richiesto.

Ma c’è anche un grande equivoco. Se gli anni Novanta vengono descritti come il decennio della paralisi, si confonde la fondazione con l’immobilità. Fu allora che la Radio privata italiana passò, in molti casi, dall’intuito individuale a un progetto industriale riconoscibile: format, programmazione centralizzata, clock, claim, ricerca, marketing, coerenza editoriale. Tutte parole che oggi sembrano normali, quando non vengono usate senza conoscerle, ma che allora cambiarono davvero il modo di costruire un’emittente.

Il problema, quindi, non è che la Radio abbia imparato negli anni Novanta. Il problema è che, troppo spesso, ha smesso di imparare dopo. Conservare i fondamentali non significa congelare il prodotto: significa avere una base abbastanza solida da poterlo evolvere. Gli anni Novanta non sono l’alibi della Radio di oggi. Sono il momento in cui la radio italiana ha imparato a essere un prodotto.

Per capire che cosa ci sia ancora di vivo in quella lezione ho incontrato Carlo Mancini: non per celebrare una stagione perduta, ma per ricostruire come nacquero alcune delle realizzazioni più nette della Radio musicale italiana e che cosa possano insegnare oggi.

Carlo Mancini, in poche righe

Carlo Mancini è uno dei professionisti che hanno contribuito a dare una forma riconoscibile alla Radio musicale italiana. Dopo l’esperienza in RAI, a Radio Dimensione Suono guidò la programmazione e la direzione artistica negli anni del “50 e 50” e del primato d’ascolto; a Radio Capital ideò “Classici e Notizie” e costruì una rigorosa Radio di flusso capace di superare i due milioni di ascoltatori. È inoltre docente del corso di laurea in Scienze della comunicazione e fa parte del coordinamento didattico-scientifico del Master in Comunicazione musicale Radiofonica dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Quella che segue è una conversazione sui fondamentali: non una richiesta di nostalgia, ma una verifica di ciò che la Radio ha imparato, di ciò che ha dimenticato e di ciò che può ancora costruire.

Dall’intuito al sistema

Prima degli anni Novanta, che cosa mancava alla Radio italiana?

CARLO MANCINI – È una domanda che mi appassiona. Sono partito in Radio nel 1974 e ho vissuto gli anni ottanta nel fragore, nel caos, nel tentativo di organizzarsi. Prima dei novanta la Radio era affidata totalmente all’intuito personale. Il conduttore, dico conduttore perché per me lo speaker è la voce fuori campo, quella che legge i liner e i testi, si portava i dischi da casa: era il suo intuito a fargli fare bella figura, Radiofonicamente oppure no.

Noi ci facevamo il clock da soli, perché quei dischi dovevamo comunque organizzarli. Mentalmente avevamo già la nostra scaletta: quando parlare, che cosa dire, che cosa preparare. La cultura del formato esisteva nell’applicazione dei singoli, ma era patrimonio di pochi: quelli che leggevano Billboard o avevano viaggiato. Era una discussione elitaria.

E ancora oggi, nel 2026, in Italia non si conosce pienamente il significato vero della parola formato. Formato Radiofonico, Radio di flusso, di programmi, talk e formato musicale. Quanti veri formati musicali nazionali abbiamo? Radio Italia con la sola musica italiana, Virgin con il rock, poi le Radio dance. La parola formato, come il clock, continua a non essere digerita.

Quando nasce la programmazione centralizzata a Radio Dimensione Suono, e che cosa cambia?

CARLO MANCINI – Andai a Dimensione Suono nel 1988, dopo quattro o cinque anni di RAI. Dall’88 al ’90 facevo un mio programma e portavo i dischi da casa. Nel 1990 Eduardo Montefusco, al quale evidentemente piacevano le mie selezioni e le mie scalette, mi disse: da adesso in poi farai la programmazione di tutta la Radio. Aveva intuito che eravamo una buona Radio, ma che dovevamo fare qualcosa di particolare, qualcosa che la identificasse.

Per conduttori come Antonella Condorelli e Anna Pettinelli significava non portare più in onda i propri dischi preferiti. Il problema non era tanto il genere musicale: le scalette contenevano soprattutto brani che anche loro avrebbero trasmesso. Si trattava di bilanciare e di evitare ripetizioni. La difficoltà era accettare una persona sopra di loro che prendeva le decisioni. All’inizio ci furono resistenze; poi, quando con quel sistema gli ascolti cominciarono a crescere, si sciolse tutto.

A Montefusco devo dire grazie: mi diede la possibilità di fare la direzione artistica della Radio. In dieci anni arrivammo a 5 milioni e 200 mila ascoltatori; nel 1997 eravamo la prima Radio italiana.

Come nasce il “50 e 50” di RDS?

CARLO MANCINI – La genesi è questa. La playlist, propriamente, è il contenitore, il database; dal database si costruisce la scaletta. All’inizio facevo le scalette a mano e mi rendevo conto che passava moltissima musica internazionale e poca musica italiana accettabile. Nello stesso tempo arrivavano forti pressioni dalle case discografiche, anche attraverso Luigi Calivà, responsabile dei rapporti con le case discografiche di RDS.

Per dare spazio alla musica italiana, a quel punto bisognava identificarla, dichiararla apertamente. Quanta ne passiamo? Cinquanta e cinquanta. Tutta la comunicazione seguiva quel concetto, compresa la campagna con la chitarra divisa a metà. Ne parlai con Montefusco, l’idea gli piacque e così nacque il 50 e 50. Recitava così: “50% musica italiana + 50% musica straniera = 100% grandi successi”.

Il punto era togliere la sorpresa all’ascoltatore e fare una promessa precisa: dopo ogni pezzo straniero, un pezzo italiano. Da lì prendemmo il volo, insieme all’acquisizione delle frequenze.

Identità, Clock e Flusso

Che cosa mancava a Radio Capital quando arrivasti alla direzione artistica?

CARLO MANCINI – Innanzitutto non andavano gli ascolti: Radio Capital era intorno ai 750 mila ascoltatori, quasi neanche, ed era in discesa. Bisognava risollevarli, ma soprattutto mancava un’identità. La Radio era fatta di programmi sparsi: programmi di divertimento, programmi impegnati, musica. Cecchetto l’aveva già orientata verso un tappeto di musica datata, però era tutto molto confuso, non aveva un’anima.

C’erano poi due anime: a Milano la Radio di programmi; a Roma una redazione giornalistica molto numerosa. Poiché bisognava coinvolgere quella redazione, diventava ancora più necessario dare un’identità precisa alla Radio. Da lì mi venne in mente “Classici e Notizie”.

Marco Benedetto svolgeva per conto di Carlo De Benedetti la funzione di editore. Dopo di lui mi interfacciavo con Pietro Varvello, amministratore delegato di Elemedia, la holding radio-televisiva del Gruppo L’Espresso. Gli dissi: i conduttori devono fare i conduttori, i giornalisti devono fare i giornalisti; soprattutto, la Radio deve essere riconoscibile anche nel claim. Quando proposi “Classici e Notizie”, lui pensò alla musica classica. Gli spiegai che per classici intendevo i grandi brani pop e rock del passato, che fino ad allora venivano chiamati flashback. La parola “classici” dava anche eleganza e dignità al catalogo: l’idea era identificare un prodotto elegante.

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Qual è stata l’innovazione del clock nella Radio di flusso?

CARLO MANCINI – Nel mio clock c’erano tempi determinati per la conduzione, per i Giornali Radio e per tutto il resto. La prima cosa da inserire è la durata della pubblicità, partendo dall’affollamento massimo e non da quello che ci piacerebbe avere: il clock deve funzionare anche quando il carico è pieno.

Un’ora dura sessanta minuti, non di più e non di meno. I brani sono calcolati al secondo; il tecnico controlla se l’ora torna e, se è troppo lunga, si interviene anche sulla durata del conduttore. Il clock consente tutta questa messa a punto.

Allora in Radio si parlava soprattutto di musica: il novanta, novantacinque per cento degli interventi di conduzione era fatto di notizie e curiosità su un gruppo o un cantante. Non un intero programma, ma un intervento breve. La Radio di flusso è anche una Radio che si tiene in sottofondo: non pretende tutta l’attenzione dell’ascoltatore.

Come trasformasti Radio Capital in una rigorosa radio di flusso senza impoverirne i contenuti?

CARLO MANCINI – Capital nasceva da un riposizionamento e dalla ricerca di un’identità precisa. Bisognava coinvolgere molto la redazione, senza appesantire una Radio che voleva restare musicale ma avere anche parlato. Il primo passo fu una selezione musicale attentissima: il database doveva essere costruito in modo che qualsiasi cosa tirasse fuori il software non fosse fuori target.

I Giornali Radio restavano, ma non duravano sei, sette o dieci minuti: tre o quattro minuti al massimo, con servizi e tutto il necessario. I conduttori avevano una conduzione musicale: presentavano la musica, raccontavano curiosità, non facevano gli opinionisti.

Due volte ogni ora, in spazi di cinque o sei minuti, il conduttore introduceva un giornalista, che portava un servizio o un’intervista su un tema scelto dalla redazione. I giornalisti destinati alla voce erano selezionati. I compiti erano chiari e divisi e la struttura restava fissa nell’arco della giornata.

Il flusso non è soltanto una serie di canzoni. È una serie di elementi messi insieme in un clock che permette di rispettare i sessanta minuti dell’ora.

Perché la coerenza non è un vincolo antiquato, ma un servizio all’ascoltatore?

CARLO MANCINI – Si dice che format e clock facciano perdere spontaneità: non è vero. Se non dichiari nulla e sei generalista al massimo, non sei niente, non ti identifica nessuno. Se decidi di fare qualcosa, devi mantenerlo ogni volta che l’ascoltatore si sintonizza. È lì che interviene la coerenza: se sei coerente con ciò che dichiari, l’ascoltatore è tranquillo. Se prometti solo musica italiana e poi trasmetti Elton John, c’è qualcosa che non va.

Non vale soltanto per la musica, ma anche per il mood. Capital aveva un mood “classico” persino nella conduzione. È questa coerenza che, secondo me, ci permise di salire da circa 750 mila a 2 milioni e 200 mila ascoltatori: il prodotto corrispondeva a ciò che il pubblico si aspettava.

La centralizzazione nasce dal bisogno di coerenza, e la coerenza a sua volta nasce dal servizio al pubblico: un servizio distintivo e vincente. In un mercato ancora più affollato, non è certo un fattore fuori moda. Oggi si guarda molto al fatturato e alle piattaforme; la Radio ha perso parte della funzione di far conoscere e presentare la musica. Virgin è rimasta coerente in questo e ha occupato anche un’area che un tempo serviva Capital. Quando lasciai Capital eravamo a 2,2 milioni; l’anno dopo era a 1,6. Quei seicentomila, a mio giudizio, andarono a Virgin.

Quello che il metodo non può risolvere da solo

Quali erano le ombre degli anni Novanta: frequenze, copertura e comunicazione?

CARLO MANCINI – Va detto, perché altrimenti sembra che fosse tutto facile. A RDS dicemmo a Montefusco di occuparsi delle frequenze: era bravissimo ad acquisirle e voleva costruire un network nazionale. Quel lavoro di diffusione ci permise di arrivare dove arrivammo, anche se comportava accordi, costi e difficoltà che io seguivo solo in parte.

A Capital, invece, la copertura FM non era tra le migliori delle Radio nazionali. Si erano impiegate risorse, ma in diverse aree la Radio non si sentiva adeguatamente; poi l’insuccesso veniva imputato al prodotto.

Un editore deve capire non solo quali frequenze acquisire, ma anche che il prodotto va spinto e comunicato. Se Capital veniva promossa soltanto su Repubblica e L’Espresso, raggiungeva lettori che già sapevano che esisteva e spesso erano già ascoltatori. Per ampliare il pubblico bisognava andare sul Corriere della Sera o su altre testate. Questo, secondo me, non fu mai davvero capito o voluto.

Il software di programmazione toglie anima alla Radio?

CARLO MANCINI – All’inizio facevo le scalette a mano e opposi molta resistenza. Pensavo: io so quello che devo fare, un software non può saperlo. Col senno di poi, se l’avessi adottato prima avrei fatto molta meno fatica. Il software è utile per la selezione, per la programmazione e soprattutto per le rotazioni, che non sono un problema piccolo in una Radio con molti successi del momento.

Ma il software non inventa nulla da solo: sei tu che costruisci il sistema. A Capital, quando il software preparava la scaletta, ogni giorno una persona istruita da me controllava quella del giorno successivo e poteva fare gli aggiustamenti necessari perché tutto suonasse in una certa maniera.

Il software ti dà la programmazione; l’anima ce la puoi mettere tu. Alla fine è una persona che approva e si assume la responsabilità di ciò che va in onda. Più vincoli dai al software, più diventa difficile generare la scaletta: per questo l’intervento umano resta opportuno.

L’eredità da non disperdere

Che cosa non devono disperdere le nuove generazioni della Radio?

CARLO MANCINI – I ragazzi che arrivano ai Master spesso pensano che la musica inizi con la loro nascita, dal 2000 in avanti. Tutto ciò che viene prima è una sensazione vaga, quasi non esistesse. Io dico sempre che guardare al passato non significa essere nostalgici: significa apprendere da quello che è stato fatto prima per poter fare meglio quello che faremo dopo.

Se volete fare Radio in una certa maniera, dovete costruire una cultura musicale che si è persa. La si costruisce ascoltando la musica di prima della propria nascita. Quella nuova è sotto mano; quella precedente va cercata e studiata. Serve per capire atmosfere, mood e sensazioni, e anche per riconoscere ciò a cui si rifanno le canzoni di oggi. Non disperdiamo il patrimonio musicale e artistico di quegli anni.

Dal punto di vista Radiofonico, il patrimonio è fatto di coerenza, precisione e dedizione. Dipende anche dagli editori e da che cosa vogliono fare della Radio: se diventa soltanto un mezzo per parlare di social e messaggini, questa missione diventa quasi inutile.

Il clock non è il comando di parlare dieci minuti ogni ora. Dà ritmo e flusso e offre al conduttore tranquillità in onda. Poi il contenuto lo fa la persona: è lei che se ne assume la responsabilità, che mette le proprie intuizioni e la propria forza nel programma.

Due risposte dopo l’intervista

Dopo avere ripensato alla conversazione, Carlo Mancini mi ha inviato per iscritto due risposte che non aveva dato durante la registrazione. Sono la chiusura più netta possibile.

A Radio Capital che cosa non si sarebbe mai dovuto cambiare?

CARLO MANCINI – “Forse me…”.

Se Carlo Mancini dovesse progettare oggi una nuova Radio Capital, che cosa costruirebbe?

CARLO MANCINI – “La riproporrei dalla A alla Z, perché non ne esiste una uguale e perché non mi è stato dato il tempo per continuare il lavoro, che nessun altro ha saputo portare avanti. A distanza di vent’anni sarebbe ancora, o di nuovo, di grande appeal”.

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