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Una riforma necessaria. Ma di quale servizio pubblico? C’è qualcosa di curioso, e forse di rivelatore, nel dibattito che si è riacceso intorno alla riforma della RAI. Si discute di governance, di autonomia dalla politica, di finanziamenti, di piattaforme digitali, di intelligenza artificiale e di competitività internazionale. Tutti temi fondamentali. Si discute molto meno, invece, di Radio.
Il 13 ottobre, a Roma, la Fondazione Astrid ha organizzato un convegno dedicato proprio alla riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. L’iniziativa ha preso spunto dal paper Per una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo, elaborato da Fernando Bruno, Vincenzo Lobianco, Antonio Perrucci e Augusto Preta.
All’incontro è intervenuto anche Antonio Marano, nella sua doppia veste di consigliere e Presidente facente funzioni del CdA RAI e Presidente di Confindustria Radio Televisioni. Tre i temi principali affrontati da Marano: la difesa del canone come garanzia di accessibilità universale, un modello di governance più stabile e la valorizzazione industriale degli asset della RAI, anche attraverso partecipazioni minoritarie sul modello Rai Way.
Questioni importanti, certamente. E particolarmente attuali in uno scenario nel quale le piattaforme globali e l’intelligenza artificiale modificano profondamente produzione, distribuzione e consumo dei contenuti. Ma proprio questa prospettiva suggerisce una domanda. Se stiamo ripensando il servizio pubblico del futuro, dove si colloca la Radio in questo progetto?
Quarantaquattro pagine. E la Radio?
Il documento Astrid merita attenzione. È un contributo articolato, che prova a immaginare il futuro del servizio pubblico oltre i vincoli dell’attuale organizzazione aziendale. Tuttavia, leggendo le sue 44 pagine, emerge un’asimmetria significativa.
L’analisi del contesto tecnologico è prevalentemente televisiva. Lo scenario competitivo è costruito soprattutto intorno all’industria audiovisiva. Le trasformazioni dell’audience vengono esaminate attraverso le dinamiche della televisione lineare e delle piattaforme video.
La Radio compare, ma principalmente nell’illustrazione dei sistemi di distribuzione: FM, DAB+, streaming e dispositivi di ascolto. Manca invece un approfondimento comparabile sulla missione editoriale della Radio pubblica, sulla sua relazione con gli ascoltatori, sulla differenziazione rispetto all’offerta privata e sulle prospettive dell’audio digitale. Non è una contestazione agli autori, che hanno legittimamente individuato le priorità della propria ricerca.
È la constatazione di uno spazio di riflessione ancora da riempire. Perché una riforma che ambisce a ridefinire il servizio pubblico radiotelevisivo dovrebbe affrontare con pari dignità strategica entrambe le componenti. La Radio non è una televisione senza immagini. Ha modalità di consumo differenti, una relazione peculiare con le persone, strutture produttive diverse e una propria economia. E, soprattutto, presenta opportunità specifiche di innovazione.
Radio1, Radio2 e Radio3. Quale identità per il futuro?
La questione non è semplicemente garantire risorse alla Radio pubblica. È stabilire quali risultati debba produrre per i cittadini. La RAI dispone di tre grandi reti Radiofoniche generaliste e culturali, oltre a un’offerta di canali specializzati e contenuti digitali.
Radio1 rappresenta storicamente un riferimento per informazione, approfondimento, sport e racconto dell’attualità. Radio2 sviluppa una proposta di intrattenimento, musica e linguaggi contemporanei. Radio3 presidia un patrimonio culturale che comprende musica, teatro, letteratura e approfondimento. Identità riconoscibili, ma che non possono essere considerate immutabili.
Il sistema dei media è profondamente cambiato. L’informazione viaggia in tempo reale su molteplici piattaforme. La musica è disponibile individualmente e senza limiti attraverso lo streaming. L’intrattenimento audio si estende dai programmi lineari ai podcast, dai contenuti social agli ascolti personalizzati. In questo scenario, quali funzioni giustificano e qualificano la presenza del servizio pubblico Radiofonico?
Radio1 deve essere soprattutto una rete di informazione o può sviluppare nuove forme di accompagnamento e servizio quotidiano?
Radio2 deve confrontarsi con i linguaggi delle Radio commerciali oppure ricercare forme originali di intrattenimento che solo il servizio pubblico può sostenere?
Radio3 deve limitarsi a conservare e valorizzare un patrimonio culturale oppure trovare nuove modalità per renderlo accessibile alle generazioni più giovani?
Non sono domande retoriche. Sono questioni di posizionamento, identità e progetto editoriale. E sono il genere di questioni che una riforma dovrebbe affrontare prima ancora di discutere gli organigrammi.
Il rapporto con la Radio privata
Esiste poi un altro aspetto, particolarmente importante per l’industria Radiofonica italiana. La RAI opera in un mercato nel quale convivono un servizio pubblico finanziato prevalentemente dal canone e un sistema di emittenti commerciali, nazionali e locali, sostenute principalmente dalla pubblicità. L’equilibrio tra queste due componenti costituisce una caratteristica importante del nostro sistema Radiofonico.
Nel paper Astrid viene ipotizzato, dopo una profonda riforma della missione e dell’organizzazione aziendale, un incremento del gettito del canone del 25%, corrispondente a circa 450 milioni di euro annui aggiuntivi. Si tratta di una proposta di studio, non di una decisione già assunta.
Il documento propone inoltre di mantenere il sistema misto di finanziamento, pubblico e pubblicitario, introducendo vincoli qualitativi più rigorosi sulla comunicazione commerciale ma superando i più restrittivi limiti nazionali di affollamento pubblicitario orario della RAI.
Anche qui siamo nel campo delle ipotesi di riforma. La questione industriale, tuttavia, esiste. Se il servizio pubblico dispone di maggiori risorse e può modificare la propria presenza sul mercato pubblicitario, è necessario valutare anche gli effetti sull’ecosistema dei media privati. E nel caso della Radio questo ecosistema comprende centinaia di emittenti locali, spesso caratterizzate da una relazione con il territorio che costituisce essa stessa un valore sociale.
Non si tratta di contrapporre necessariamente RAI e Radio private. Al contrario, la sfida dovrebbe essere definire una complementarità fra due sistemi che contribuiscono, con modelli differenti, al pluralismo e alla vitalità del mezzo.
Un servizio pubblico più solido non dovrebbe essere misurato soltanto in termini di maggiore capacità competitiva. Dovrebbe dimostrare anche un valore distintivo chiaramente percepibile dai cittadini.
Il valore pubblico non è soltanto una questione di ascolti
Uno dei passaggi più interessanti del documento Astrid riguarda il superamento della dipendenza esclusiva dagli indici di ascolto. Gli autori propongono una valutazione della qualità del servizio pubblico che consideri, accanto alle performance di audience, il contributo all’informazione, alla coesione sociale, all’inclusione culturale e all’alfabetizzazione digitale. È un’impostazione che può trovare nella Radio un campo di applicazione particolarmente interessante.
Gli ascolti restano una misura indispensabile. Senza pubblico, anche la migliore intenzione editoriale rischia di diventare irrilevante. Ma il successo di una Radio pubblica non può coincidere interamente con la conquista di quote di mercato. Dovremmo poter valutare anche quanto contribuisce alla conoscenza dei territori, quanto riesce a raggiungere pubblici meno serviti dall’offerta commerciale, quanto sostiene la cultura musicale e quanto riesce ad avvicinare nuovi cittadini all’informazione e alla partecipazione.
Questi obiettivi non escludono la misurazione. Semmai richiedono strumenti aggiuntivi e metodologie appropriate. Il Contratto di servizio RAI 2023–2028 già richiama l’esigenza di obblighi chiari, obiettivi misurabili e verifiche periodiche. Il futuro potrebbe quindi essere rappresentato da un sistema che integri gli ascolti Radiofonici tradizionali con indicatori di qualità, accessibilità e valore sociale, definiti in modo trasparente e verificabile. Non meno misurazione, dunque. Una misurazione più completa.
Un numero che merita un chiarimento
Proprio a proposito di misurazione, il documento Astrid contiene un dato che richiede attenzione. Alle pagine 9 e 10, nel descrivere l’ascolto Radiofonico attraverso differenti dispositivi, il paper indica circa 45 milioni di utenti medi giornalieri, attribuendo il valore alla rilevazione AUDIRADIO.
Il dato ufficiale AUDIRADIO relativo all’intero 2025 è però differente. Gli ascoltatori di almeno 14 anni nel giorno medio sono circa 35,1 milioni. Il pubblico raggiunto nell’arco dei sette giorni è invece pari a circa 44,5 milioni. Sono due grandezze diverse, riferite a periodi di osservazione differenti.
Nel paper, inoltre, vengono presentate audience relative a diversi dispositivi di ascolto. Questi valori non possono essere sommati automaticamente per ricavare ascoltatori unici, perché uno stesso individuo può utilizzare più dispositivi. Non è possibile stabilire dal solo testo quale procedimento abbia prodotto il valore indicato. Sarebbe quindi opportuno precisarne la definizione e le modalità di calcolo.
Non si tratta di una sottigliezza statistica. Se discutiamo del futuro del servizio pubblico, è essenziale partire da rappresentazioni corrette e confrontabili della dimensione dei mezzi. Anche perché la Radio, con i suoi 35,1 milioni di ascoltatori nel giorno medio del 2025, non ha bisogno di numeri impropri per dimostrare la propria rilevanza.
La grande opportunità dell’audio pubblico
Esiste infine una prospettiva che rischia di rimanere nascosta se continuiamo a considerare la Radio esclusivamente come una delle componenti storiche della RAI. Il futuro della Radio pubblica non coincide necessariamente con il futuro dei suoi soli trasmettitori. Può comprendere la distribuzione digitale, i podcast, la fruizione in mobilità, l’accessibilità dei contenuti, la valorizzazione degli archivi sonori, nuovi prodotti editoriali e modalità innovative di relazione con i cittadini.
Il punto, però, non è moltiplicare i canali o replicare sulle piattaforme digitali ciò che esiste già in FM. È stabilire quali contenuti e servizi abbiano una ragione di esistere specificamente pubblica. Si potrebbe immaginare, ad esempio, una funzione molto più riconoscibile nella promozione della cultura musicale italiana, nella documentazione della storia contemporanea, nella conoscenza delle comunità locali o nell’offerta di informazione verificata, accessibile anche a chi dispone di minori competenze digitali.
L’intelligenza artificiale, citata giustamente nel dibattito sulla riforma, potrebbe contribuire alla valorizzazione e alla consultazione degli archivi, all’accessibilità e a nuove forme di distribuzione personalizzata. Ma la tecnologia dovrebbe rimanere uno strumento al servizio di un’identità editoriale. La prima innovazione non è tecnologica. È decidere che cosa vogliamo che diventi la Radio pubblica.
Una riforma che parta anche dai contenuti
Il contributo di Astrid e l’intervento di Antonio Marano hanno il merito di riportare al centro della discussione il ruolo del servizio pubblico in una fase di trasformazione profonda del mercato e della società. Governance stabile, autonomia editoriale e risorse adeguate costituiscono condizioni importanti per la sua evoluzione. Ma non sono, da sole, una visione editoriale.
Per questo sarebbe utile affiancare alla discussione istituzionale un confronto specifico sul futuro della Radio RAI. Un confronto aperto ai professionisti del mezzo, al mondo della ricerca, agli editori privati e, naturalmente, agli ascoltatori. Con un obiettivo preciso: identificare ciò che la Radio pubblica deve saper offrire di necessario, originale e distintivo nei prossimi vent’anni. Non necessariamente più reti. Non necessariamente più programmi. Non necessariamente più ascolti a ogni costo.
Piuttosto, una missione più chiara, risultati verificabili e una relazione rinnovata con i cittadini.
La RAI ha davanti
una possibile riforma
della propria organizzazione.
La Radio pubblica merita
una riflessione altrettanto ambiziosa
sulla propria ragione di esistere.
Perché alla fine la domanda fondamentale non è soltanto chi governerà la RAI o con quante risorse. È quale servizio pubblico sarà capace di offrire. E, finalmente, quale Radio.
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