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MilanoToday ha dedicato un dossier alla situazione della Radio a Milano e in Lombardia, raccogliendo anche attraverso un’intervista alcune mie valutazioni sullo stato generale del mezzo, sulle Radio nazionali, pure quelle locali e sul rapporto sempre più complesso con il digitale. Ringrazio Novella Gianfranceschi per lo scambio. L’articolo della giornalista è stato collocato a corredo della sezione premium di MilanoToday all’indirizzo qui indicato. La prima cosa da dire è davvero semplice: la Radio è stata dichiarata morta troppe volte.
Doveva ucciderla la televisione. Poi Internet. Poi Spotify. Poi i podcast. Poi il turno degli smart speaker. Ogni volta la previsione era più o meno la medesima: arriva “quella nuova tecnologia”, dunque la Radio arretra, invecchia, diventa marginale. La realtà come spesso accade è meno comoda per i profeti di sventura. La Radio è sempre forte, perché non solo è sequenza di contenuti audio. Esperienza. Mondo. Compagnia simultanea. Possibilità di entrare nello stesso momento nello stesso flusso vissuto da migliaia o milioni di persone.
Spotify organizza l’ascolto individuale. La Radio costruisce un ascolto collettivo. Questa è una differenza enorme. Gigantesca. Non tecnica. Culturale. Se ascolto una mia playlist, resto dentro il mio perimetro. Quando ascolto una Radio, entro in un ambiente: musicale, informativo, territoriale, valoriale. Virgin Radio non è semplicemente rock. Radio Italia non è semplicemente musica italiana. Radio 24 non è semplicemente informazione. Sono mondi riconoscibili. Ed è proprio qui che la Radio conserva intatta tutta la sua forza.
Radio nazionali, Radio locali e l’integrazione digitale
Naturalmente, il quadro non è uniforme. Le grandi Radio nazionali hanno delle strutture, marchi, concessionarie e capacità industriali che permettono loro di sostenere, meglio, il mercato. Per molte emittenti locali, invece, la situazione è alquanto più fragile nei ricavi. Tutta la pubblicità territoriale tradizionale si è ridotta; una parte degli investimenti locali si è spostata verso Google e Meta. I costi tecnici, editoriali e commerciali restano almeno “impegnativi”. Ma attenzione: la parola “fragile” non significa “inutile”. Anzi.
Le Radio locali, quando fanno davvero il loro mestiere, presidiano i territori, le comunità, la mobilità, gli eventi, i servizi, le identità. Svolgono le funzioni che nessuna piattaforma globale può replicare. Il problema è trasformare questa funzione in valore economico. Ed è qui che molte emittenti devono cambiare passo: più metodo commerciale, più dati, più presidio dei clienti, più capacità di raccontare il proprio pubblico agli inserzionisti. E poi c’è il digitale. Il digitale è necessario. Va presidiato.
Serve per distribuire i contenuti, allungare la vita dei programmi che sono stati trasmessi, raggiungere pubblici diversi, trasformare la Radio anche in immagini, clip, reel, podcast, newsletter, community. Ma il digitale non è automaticamente il nuovo centro economico della Radio. L’ascolto via IP cresce, ma non ha ancora, e di gran lunga, sostituito quella che è la distribuzione broadcast. FM e DAB restano la spina dorsale assoluta dell’ascolto e, quindi, del valore commerciale del mezzo.
Anche i podcast sono importanti, ma bisogna chiamare le cose con il loro nome: molte volte ciò che viene definito podcast è in realtà soltanto una replica, un estratto, un puro “best of”, una riproposizione di contenuti che sono già andati on-air. Il podcast originale appartiene a un altro concetto, è un’altra cosa. Richiede scrittura, attenta progettazione, linguaggio, tempo. E oggi non è ancora il motore economico della Radio.
La forza della Radio, il “Qui e Ora”.
La forza della Radio è il “Qui e Ora”. Un programma può raggiungere nello stesso istante un pubblico vastissimo. Questa simultaneità è rara, viva. È difficilmente replicabile dalle piattaforme personalizzate, che fanno bene un altro lavoro: servire l’individuo. La Radio quando funziona serve una comunità. Il futuro del mezzo non è nell’inseguire in modo ansioso ogni nuova piattaforma. Sta nel capire cosa la Radio sa fare meglio degli altri: creare appuntamento, fiducia, identità, compagnia, territorio, attenzione commerciale.
La Radio non deve travestirsi da Spotify. Non deve travestirsi da TikTok. Non deve travestirsi da podcast. Deve usare tutti questi strumenti, certo. Ma senza dimenticare se stessa. Perché la Radio è ancora viva quando ha una promessa chiara, un pubblico riconoscibile e una relazione quotidiana con chi ascolta. Il resto è tecnologia. Utile, anche indispensabile. Ma non è il cuore del mezzo. Il cuore del mezzo resta la Radio.
Photo Credit: iStock.com/Piotr Krzeslak
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