— Pubblicità —
—
Umberto Labozzetta ha pubblicato su ROCKOL un articolo dal titolo provocatorio: “Perché i giovani spengono la radio? Il test di un mese“. La domanda è giusta. Anzi, è una delle domande decisive per chi lavora oggi nel mezzo Radio.
Ma prima ancora di discutere di formati, TikTok, Spotify, podcast, verticalità, linguaggi e palinsesti, c’è un passaggio che dovrebbe venire prima di tutti gli altri:
i giovani stanno davvero
spegnendo la Radio?
La risposta intuitiva può sembrare semplice. Quella dei dati, molto meno.
Prima distinzione: ascoltare meno non significa necessariamente abbandonare
Quando si parla di giovani e Radio si tende spesso a concentrare tutto in un’unica affermazione: i giovani ascoltano meno. Può essere vero. Ma “ascoltare meno” può significare almeno tre cose differenti:
- meno persone entrano in contatto con il mezzo;
- le stesse persone lo ascoltano meno spesso;
- le persone continuano ad ascoltarlo, ma per meno tempo.
Sembrano sfumature. In realtà sono tre problemi editoriali completamente diversi. E quindi richiedono tre risposte differenti. Per capire davvero cosa stia accadendo, bisogna separare copertura (7 giorni), frequenza (giorno medio) e intensità di ascolto (AQH).
I teenager non sono affatto irraggiungibili
Il dato più sorprendente arriva dal secondo trimestre 2026 di AUDIRADIO.
- La penetrazione settimanale della Radio sulla popolazione 14+ è dell’84,1%.
- Tra i 14–17enni sale invece al 93,1%.
Tradotto: più di nove teenager su dieci entrano in contatto con la Radio almeno una volta nell’arco della settimana. Non è esattamente la fotografia di una generazione che ha cancellato il mezzo dalla propria vita.
Il dato dei 14–17enni è persino superiore a quello dei 18–24, dei 25–34, dei 35–44 e dei 55–64. Solo i 45–54 raggiungono un livello ancora leggermente superiore.
Il primo luogo comune quindi vacilla subito:
i teenager non sono
assenti dalla Radio.
La Radio li raggiunge.
Il vero problema è un altro: quanto rimangono
Dove emerge invece una fragilità chiara è nella durata media di ascolto.
Sul totale della popolazione 14+, AUDIRADIO registra una durata media di circa 231 minuti.
- Tra i 14–17enni si scende a 160 minuti.
- Tra i 18–24 si sale a 193 minuti.
- Tra i 25–34 si arriva già a 230 minuti.
Ed è qui che la lettura cambia completamente. Non vediamo una progressione lineare del tipo: più sei giovane, meno ascolti Radio.
Vediamo piuttosto una relazione molto debole nelle età più basse che si rafforza rapidamente entrando nella vita adulta.
Il vero problema dei giovanissimi non sembra quindi essere tanto l’ingresso nel mezzo. È la permanenza. Entrano, ma restano meno.
Questo cambia la domanda
Se il problema fosse semplicemente che i giovani non entrano più in contatto con la Radio, la diagnosi sarebbe semplice: il mezzo è diventato irrilevante.
Ma se i giovani entrano ancora in misura molto alta e poi vi trascorrono meno tempo, allora la domanda cambia. Diventa:
perché un quindicenne
incontra la Radio
ma vi rimane meno?
È una differenza fondamentale. Potrebbe dipendere dal fatto che per molte ore della giornata è a scuola. Potrebbe dipendere dalla musica. Dai conduttori. Dalla quantità di pubblicità. Dalla struttura del palinsesto. Dalla concorrenza costante di altre piattaforme. Dal fatto che il pubblico più giovane passa più facilmente da un mezzo all’altro. Oppure semplicemente dal diverso modo in cui è organizzata la sua giornata.
Sono tutte ipotesi plausibili. Ma i dati, da soli, non ci autorizzano a sceglierne una e trasformarla in verità.
La linearità è davvero il problema?
Nel suo articolo Labozzetta individua nella linearità uno dei principali limiti della Radio contemporanea.
I giovani, abituati a Spotify, TikTok e alle piattaforme on demand, vivrebbero come anacronistico un mezzo nel quale non possono scegliere il contenuto successivo, saltare una canzone o modificare il flusso.
È una spiegazione suggestiva. Ma non è una conseguenza automatica dei dati. Anzi, proprio l’elevata copertura settimanale dei teenager suggerisce prudenza.
Se la linearità fosse davvero un ostacolo insormontabile, ci aspetteremmo innanzitutto una forte difficoltà del mezzo nel raggiungere quella generazione. Invece il contatto avviene. Il problema sembra manifestarsi dopo. Quindi forse la linearità non è il vero nemico.
Forse il punto è la qualità della linearità.
La Radio non deve diventare Spotify
Spotify ha una funzione precisa. Offre controllo, personalizzazione e disponibilità immediata. La Radio ha una funzione diversa.
Può offrire selezione, accompagnamento, sorpresa, racconto, personalità e relazione. Non tutte le esperienze mediali devono consegnare all’utente il controllo assoluto. In un mondo nel quale l’offerta è praticamente infinita, la possibilità che qualcun altro scelga bene al nostro posto può perfino aumentare di valore.
La domanda quindi non è:
perché la Radio
non consente
di saltare una canzone?
La domanda è:
ciò che arriva
dopo quella canzone
merita di essere ascoltato?
Il formato non è il problema. Il cattivo formato sì
Un’altra tesi frequente è che i formati radiofonici siano diventati troppo rigidi. Il clock, la ripetizione, la disciplina del palinsesto, le finestre temporali strette impedirebbero agli speaker di esprimere creatività e personalità.
Qui il tema merita qualche distinzione. Il formato non è necessariamente una gabbia. È, prima di tutto, la promessa editoriale fatta al pubblico. Dice all’ascoltatore che cosa aspettarsi da quella stazione. Una Radio molto verticale, per esempio, può essere persino più rigorosa di una Radio generalista.
La differenza non è quindi tra Radio libera e Radio formattata. È tra formati vivi e formati vuoti. Un clock non uccide la creatività. Un clock senza idee, sì.
Attenzione anche al linguaggio dei dati
C’è poi un piccolo tema metodologico che vale la pena chiarire.
Nel dibattito si parla spesso genericamente di giovani, teenager, Generazione Z o fascia 13–25. AUDIRADIO però lavora su un universo 14+ e utilizza classi precise: 14–17, 18–24, 25–34 e così via.
Non è un dettaglio. Perché il comportamento dei 14–17 è molto diverso da quello dei 25–34. Metterli dentro un’unica categoria “giovani” rischia di cancellare proprio le differenze più interessanti.
Il confronto 2025–2026 aggiunge un altro elemento
Abbiamo già osservato, sui dati del mattino 05:00–09:00, come cambia l’AQH del Totale Radio tra 2025 e 2026.
La contrazione complessiva è del 13,6%. Il target 14–24 perde il 14,4%. I 14–17 il 16,9%. I 18–24 il 12,7%. I 25–34 appena il 5,6%. Ma i 45–54 perdono il 17,6%. E i 65+ ancora il 17,6%.
Anche qui, dunque, il quadro non sostiene una narrazione semplice di fuga giovanile. La contrazione riguarda il mezzo in più segmenti della popolazione. E in alcune fasce adulte è persino più forte.
Il rischio delle spiegazioni troppo facili
Quando un mezzo attraversa una fase di trasformazione, la tentazione è sempre quella di cercare una causa unica. I giovani non ascoltano perché c’è Spotify. Perché la Radio è lineare. Perché i conduttori sono vecchi. Perché la musica è troppo ripetitiva. Perché i blocchi pubblicitari sono lunghi. Perché manca il video.
Ognuna di queste spiegazioni può contenere una parte di verità. Ma nessuna, da sola, è sufficiente. Il comportamento del pubblico nasce sempre dall’interazione di molti fattori: età, stile di vita, mobilità, dispositivi, abitudini, identità musicale, contesto sociale, piattaforme disponibili. La Radio non deve difendersi da tutto questo. Deve misurarlo meglio.
La vera questione è la rilevanza
A questo punto il dibattito si sposta. Non è più soltanto:
come facciamo
a riportare i giovani
verso la Radio?
È una domanda più scomoda:
come facciamo
a essere abbastanza rilevanti
da convincerli a restare?
Se più del 90% dei teenager entra ancora in contatto con la Radio almeno una volta alla settimana, il problema non è l’esistenza del mezzo. È ciò che accade durante quel contatto. Il pubblico giovane non va probabilmente “educato alla Radio”. Va conquistato.
Con prodotti migliori. Con personalità migliori. Con musica meglio selezionata. Con idee più forti. Con una relazione più autentica.
E quindi: i giovani spengono davvero la Radio?
Alcuni sì. Come fanno anche gli adulti. Ma i dati suggeriscono qualcosa di più interessante.
I giovani non sembrano
aver cancellato la Radio
dalla propria vita.
Soprattutto nelle età più basse
la incontrano ancora moltissimo.
Le dedicano però meno tempo.
Questa differenza cambia tutto. Perché un mezzo che non viene più raggiunto ha un problema di esistenza. Un mezzo che viene raggiunto ma non trattiene abbastanza ha un problema editoriale. Ed è un problema molto più difficile. Ma anche molto più risolvibile.
La sfida, quindi, non è trasformare la Radio in Spotify. È fare in modo che, quando un ragazzo incontra una Radio, abbia un motivo concreto per non spegnerla.
Photo Credit: iStock.com/Andrii Borodai
— Pubblicità —
—

