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Ci sono persone di Radio che si raccontano attraverso i programmi che hanno fatto. E altre che, quando parlano di Radio, finiscono per raccontare qualcosa di più grande. Massimo Cirri appartiene decisamente alla seconda categoria.
Psicologo, uomo di Radio Popolare, poi per quasi trent’anni una delle anime di Caterpillar su Rai Radio 2, Massimo Cirri ha attraversato la Radio mantenendo una caratteristica piuttosto rara: occuparsi di questioni molto serie senza diventare mai serioso. Ambiente, sostenibilità, solidarietà, comportamenti sociali. Ma anche storie minime, ascoltatori, telefonate, persone incontrate per caso.
Con Massimo Cirri ho parlato proprio di questo. Di quella sensazione che distingue immediatamente una buona Radio da una cattiva Radio.
È viva oppure è morta?
Dalla psicologia alla Radio; anzi, dalla Radio alla psicologia
La prima sorpresa arriva quasi immediatamente. Massimo Cirri ha lavorato nei servizi di salute mentale e viene spontaneo chiedergli quanto quell’esperienza possa averlo aiutato successivamente nel suo lavoro alla Radio. Lui rovescia completamente la domanda.
MC: «Credo che, paradossalmente, fare la Radio mi abbia aiutato a fare meglio lo psicologo».
Perché?
MC: «Alla Radio avevo imparato che devi stare sempre sul pezzo, devi tenere il fuoco su qualcosa di interessante. Altrimenti le persone si annoiano».
E questo, racconta, valeva anche quando si trovava davanti alle storie delle persone.
MC: «Quando sentivo che una cosa diventava meno interessante mi sentivo convocato. Magari era meno interessante perché una persona continuava a dire le stesse cose, perché aveva paura, perché girava intorno alle questioni. È umano eludere».
Ed è proprio lì che entrava in funzione l’uomo di Radio.
MC: «Pensavo: se fossi in Radio, qui direi qualcosa. Direi: va bene, signor Rossi, ma qual è la questione? Qual è la questione che c’è dietro?».
Cirri arriva quindi a una conclusione molto chiara.
MC: «Ho imparato più dalla Radio nella psicologia che viceversa».
Ma Radio e psicologia condividono qualcosa. L’ascolto. La relazione. Il tentativo di entrare davvero in comunicazione con un’altra persona. Cirri ricorda una donna che aveva attraversato una depressione molto grave e che si era rivolta successivamente al servizio di salute mentale. Un giorno gli raccontò che qualcosa stava cambiando.
MC: «Mi disse: “Sto meglio perché ho ricominciato ad ascoltare la Radio”».
Cirri non resistette. Le chiese che cosa ascoltasse.
MC: «Mi disse: “Ascolto Prima Pagina. E poi, il pomeriggio, ascolto i ragazzi di Caterpillar».
I ragazzi. Uno di quei piccoli riconoscimenti che probabilmente valgono più di molte analisi professionali.
MC: «La Radio fa sentire le persone
dentro un circuito di comunicazione.
E noi ne abbiamo bisogno».
Tutto comincia con delle poesie demenziali
L’ingresso di Cirri nella Radio non nasce da un grande progetto professionale. Nasce quasi per caso. A Radio Popolare.
Cecilia Di Lieto lo invita dopo averlo sentito raccontare alcune sue disavventure sentimentali. In quel periodo lavora con Paolo Hutter, che scrive poesie demenziali. Qualcuno nota l’accento toscano di Cirri.
MC: «Mi dissero: “Perché non le leggi tu?“».
E così, dopo il lavoro nei servizi di salute mentale, Cirri comincia ad andare a Radio Popolare a leggere poesie demenziali. Un giorno arriva in Radio e non trova nessuno.
MC: «Mi dissero: non è che sia Pablo Neruda, sono poesie demenziali. Te le puoi scrivere anche tu, le registri e le lasci qua».
Da lì inizia la frequentazione con Sergio Ferrentino.
MC: «Da lui ho imparato tutto».
Sono gli anni Ottanta. Milano è quella della “Milano da bere”. Cirri la ricorda con una definizione perfetta.
MC: «Era la Milano da bere, che un po’ era quello che era. Ma era anche un po’ velenoso quello che si beveva».
E Radio Popolare diventa una specie di antidoto.
MC: «Andare in quel posto
pieno di cazzoni intelligenti e divertenti
mi ha salvato la vita».
La Radio deve essere viva
Quando gli chiedo quali siano le caratteristiche fondamentali del mezzo, Cirri sceglie immediatamente una parola. Immediatezza.
MC: «La velocità. Il cotto e mangiato».
Poi costruisce un paragone.
MC: «La Radio è un artigianato,
mentre la televisione è un’industria».
Non è una distinzione economica. È una descrizione del processo creativo. La televisione necessita di una macchina produttiva molto più complessa. La Radio invece conserva una straordinaria possibilità di cambiare idea quasi all’ultimo secondo.
MC: «Hai preparato una scaletta, mai troppo precisa perché se sei preciso poi perdi. Sai quello che devi fare. Ma magari mancano venti minuti alla messa in onda e arriva una notizia interessante. Oppure una cosa che non ti convinceva continua a non convincerti».
E allora si cambia.
MC: «È semplicemente una cosa viva».
Cirri racconta un gioco che fa con sua moglie quando sono in automobile. Lei cambia continuamente stazione. Una dopo l’altra. Loro ascoltano per pochissimi secondi. E giudicano. Non il contenuto. Non il formato. Non la musica. La vita.
MC: «Sentiamo una voce che arriva dopo la musica e dobbiamo dire in due secondi se è viva o morta. Vivo o morto. È una cosa radicale».
Ed è difficile trovare una definizione più semplice di ciò che succede realmente quando un ascoltatore incontra una voce alla Radio.
MC: «Non è tanto quello che uno dice. È come lo dice. Quanto è impostato. Quanto è fintamente impostato. Oppure quanto è talmente bravo a essere impostato che diventa naturale».
Questa è, per Cirri, una parte decisiva della bellezza della Radio. E aggiunge anche uno dei suoi possibili nemici.
MC: «Uno degli apparati
che tendono a spegnerla
è l’ego del conduttore».
Come si costruisce Caterpillar?
Provo allora a sottoporgli un piccolo esercizio. Immaginiamo che domani debba presentare Caterpillar al direttore di una ipotetica nuova stazione. Quale sarebbe la formula? Cirri ci pensa. Poi parte dagli ascoltatori.
MC: «Gli direi che è qualcosa che pesca molto negli ascoltatori. Che riconosce gli ascoltatori come portatori di qualcosa, di un pensiero, di una soggettività».
Non la telefonata utilizzata semplicemente per riempire uno spazio. Non “cosa fate quando ricomincia settembre?”. O almeno non soltanto quello.
MC: «Puoi chiedere cosa hai cominciato a fare a settembre. Ma puoi anche chiedere fra quanto ti romperai i coglioni e smetterai di andare in palestra, magari dopo aver fatto un abbonamento ventennale per risparmiare».
Poi l’attualità.
MC: «Cercheremo di raccontare una parte dell’attualità, perché di questo viviamo. Daremo una priorità un po’ soggettiva alle notizie».
E infine un’altra caratteristica profondamente contemporanea della Radio. Locale e globale insieme.
MC: «Se anche facciamo Radio Magenta sentiamo gente di Magenta, ma sentiamo anche qualcuno a Buenos Aires. Oggi puoi chiamarlo su WhatsApp e non spendi nulla, direttore».
Una Radio capace dunque di stare molto vicina alle persone ma, contemporaneamente, di spalancare una finestra sul mondo.
Le cose serie senza fare la predica
Caterpillar ha parlato per anni di ambiente, sostenibilità, solidarietà, legalità. Argomenti che possono trasformarsi molto facilmente in una lezione. In una predica. In quella che, Radiofonicamente, rischia di diventare una delle cose più pericolose in assoluto: la noia delle buone intenzioni. Chiedo a Massimo Cirri come abbiano fatto a evitarla. La risposta torna sorprendentemente alla sua prima professione.
MC: «Credo di averlo imparato dal movimento basagliano».
Occuparsi di questioni radicali, spiega, non significa necessariamente diventare istituzionali.
MC: «Si può parlare di qualsiasi cosa cercando di non essere istituzionali».
Anche il risparmio energetico. Argomento apparentemente non semplicissimo da rendere Radiofonico. Poi però trovi una persona.
MC: «Un ragioniere che ha messo i pannelli fotovoltaici sopra casa, quando torna la sera non saluta neanche la moglie e il cane perché corre a vedere quanto ha prodotto l’impianto».
Ed ecco che una questione astratta diventa una storia.
MC: «Se riesci a farlo in diretta, c’è qualcosa di più. Le cose che succedono hanno una loro forza. È una forza narrativa».
Il modello massimo di questo atteggiamento, secondo Sara Zambotti, sono gli Ig Nobel. Ricerche vere, scienza vera, raccontata con una formidabile capacità di non prendersi eccessivamente sul serio. Cirri ricorda che durante le cerimonie di Harvard una bambina aveva il compito di interrompere chi parlava troppo gridando:
MC: «Basta, voglio andare a casa!».
In un’edizione successiva, racconta Cirri, quel ruolo è stato affidato persino a persone vestite da banana. Una di loro era il rettore di un’importante università. Il punto è tutto qui.
MC: «Se un rettore accetta
di vestirsi da banana
vuol dire che
si può raccontare il mondo».
Caterpillar è stato fatto dalle persone
Quando gli chiedo dei collaboratori incontrati durante una carriera così lunga, Cirri evita accuratamente di mettere sé stesso al centro.
MC: «Il programma l’hanno fatto gli ascoltatori.
L’hanno fatto quelli che ci hanno lavorato».
E comincia a ricordare persone. Chi riusciva a capire in un istante se una telefonata fosse interessante. Chi portava cultura. Chi teneva vivo il clima umano. Chi riusciva a far parlare chiunque. Chi seguiva il web. Personalità diverse. Competenze diverse. Ma alla fine Cirri individua un denominatore comune.
MC: «Una gamma umana».
Gli chiedo se, quindi, per costruire una buona Radio siano più importanti le qualità umane di quelle tecniche. La risposta è sostanzialmente sì. Ed è forse un’indicazione utile anche per chi oggi pensa che il futuro della Radio possa dipendere soprattutto dalla tecnologia.
M’Illumino di Meno: quando il racconto produce cambiamento
Naturalmente arriviamo a M’illumino di Meno. E anche qui Massimo Cirri evita qualsiasi celebrazione. La descrive come il risultato naturale del modo di fare Radio di Caterpillar.
MC: «È questo miscuglio fra raccontare e, mentre racconti, proporre».
Quando la campagna comincia, ricorda Cirri, il fotovoltaico domestico è ancora un fenomeno marginale.
MC: «C’erano pochissime persone in Italia che avevano un pannello fotovoltaico sul tetto. Uno stava a Ravenna ed era un nostro ascoltatore».
Poi le cose cambiano. I pannelli diventano milioni. E Caterpillar accompagna quel cambiamento raccontandolo.
MC: «Il racconto diventa cambiamento.
E il cambiamento poi cambia il racconto».
Una definizione che vale probabilmente molto oltre M’illumino di meno. Perché descrive una delle possibilità più alte della Radio: non limitarsi a descrivere una comunità, ma contribuire a costruirla.
MC: «Quelli che hanno a cuore il destino del pianeta in qualche modo sono una comunità».
Poi c’è un altro elemento. La festa.
MC: «Le Radio, quando sono nate, facevano a fine stagione una festa per autofinanziarsi. Trasformare una campagna in una festa ha aggiunto qualcosa».
Ancora una volta: persone, relazioni, partecipazione.
E la Radio dei prossimi 30 anni?
Alla fine provo a spostare lo sguardo in avanti. Che cosa dovrebbe fare la Radio? Che cosa dovrebbe raccomandare Massimo Cirri a chi continuerà a farla nei prossimi trent’anni? Lui si schermisce.
MC: «Non ho qualità morale per raccomandare niente».
Allora gli chiedo semplicemente che cosa vorrebbe ascoltare. La risposta arriva immediata.
MC: «Vorrei che mi si raccontasse qualcosa che non so».
E poi aggiunge:
MC: «Vorrei che la Radio mi permettesse di uscire da me stesso. Di percepire qualcosa. Qualcosa di nuovo».
La connessione, proprio in quel momento, comincia a saltare. L’intervista finisce quasi così. Forse non è nemmeno necessario aggiungere altro.
Perché dopo quasi trent’anni di Caterpillar, dopo Radio Popolare, dopo migliaia di dirette, telefonate, storie, campagne e ascoltatori, Massimo Cirri riconduce tutto a una richiesta semplicissima.
Raccontatemi qualcosa
che ancora non conosco.
E fatelo con una Radio che abbia una qualità prima di tutte le altre. Che sia viva.
Photo Credit: Roberto Priolo/Wikimedia Commons – CC BY-SA 4.0 – Cropped
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