ADJ-1235x860 - Foto Gianni Prandi
Cinquant’anni di Radio Bruno raccontati da Gianni Prandi: dal garage alle grandi piazze, dalla crescita di Multiradio alla “Radio della porta accanto”. Una storia costruita sulla continuità, sulle persone e su un legame con il pubblico che, ancora oggi, arriva fino alla commozione.

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Cinquant’anni di Radio Bruno possono essere raccontati con le frequenze, gli ascolti, gli eventi, l’espansione territoriale, la crescita di Multiradio. Ma ascoltando Gianni Prandi si capisce presto che il punto centrale è un altro: costruire una grande Radio senza perdere la vicinanza con chi la ascolta.

Lui la definisce con una formula semplice e bellissima: “La Radio della porta accanto”.

Ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui, mezzo secolo dopo la nascita in un garage, alcune persone visitando la mostra dedicata ai 50 anni si sono perfino commosse.

Tutto comincia davvero in un garage

La storia del garage non è leggenda Radiofonica.

GP: «È assolutamente tutto vero. Le mie primissime esperienze Radiofoniche nascono nella casa dei miei genitori, poi grazie alla conoscenza di un’azienda che costruiva trasmettitori e li testava in un garage andammo là a pietire aiuto. Non avevamo soldi. Ci regalarono, questo è il termine più giusto, le apparecchiature per partire».

Prandi aveva 17-18 anni. Oggi, incontrando quel ragazzo, saprebbe cosa dirgli.

GP: «Dopo la salute, poter fare un mestiere che faresti anche gratis prendendo pure dei soldi è una grande fortuna».

Da quel garage nasce una Radio che attraverserà cinquant’anni mantenendo sorprendentemente riconoscibile la propria identità.

“La Radio della porta accanto”

Dentro Radio Bruno circola anche una definizione affettuosamente gastronomica: una Radio “Prosciutto e tortellini”. Popolare, diretta, mai altezzosa.

Prandi ne preferisce un’altra.

GP: «Io ne ho sempre utilizzata una simile: la Radio della porta accanto. Una Radio che vuole essere amica di chi l’ascolta».

Non è soltanto un’immagine.

GP: «Non so in quante altre grandi Radio tu possa entrare a visitare in qualunque momento, in qualunque giorno, senza neanche prendere appuntamento. Qui c’è gente che arriva all’improvviso il sabato o la domenica, suona ed entra. Spesso portano anche pasticcini, pizza…».

Durante le celebrazioni dei 50 anni quella vicinanza è diventata tangibile.

GP: «Tantissima gente che è venuta alla mostra ci ha detto proprio che noi facciamo parte della loro vita. Credo che sia il complimento più bello che possa fare un ascoltatore».

Un format che non ha bisogno di inseguire le mode

Anche musicalmente Radio Bruno ha costruito la propria forza sulla continuità.

GP: «L’approccio è sempre stato quello di cercare di fare la Radio che piace a chi ti ascolta, consapevoli del fatto che non può piacere a tutti».

La formula guarda al presente senza cancellare la memoria.

GP: «La mia intenzione è sempre stata quella di fare una Radio che guarda alla musica del presente. Sarebbe sbagliato per una Radio come la nostra, che vuole essere Adult Contemporary, dimenticare la musica che esce oggi. Ma senza dimenticare mai i ricordi, i classici di ogni tempo e la musica del passato».

La continuità, per Prandi, non è immobilismo. È riconoscibilità.

GP «Le Radio che cambiano format un anno sì e un anno no fanno un po’ più fatica».

Lo stesso principio vale per le persone.

Gli speaker diventano compagni nel tempo

Enrico Gualdi accompagna Radio Bruno praticamente dall’inizio. Barbara Pinotti è in Radio da 30 anni. Clarissa Martinelli supera anch’essa i tre decenni. Molti altri conduttori sono presenti da venti o trent’anni.

Non era un progetto studiato a tavolino.

GP: «È una cosa che è venuta così. Mi piace pensare che loro si siano trovati bene all’interno di questa azienda e mi piace anche pensare che io mi sia trovato bene con loro, se il matrimonio o il fidanzamento, chiamalo come vuoi, è durato fino ad oggi».

Ma il risultato è diventato un elemento decisivo dell’identità di Radio Bruno.

GP: «La permanenza in una Radio è un fattore importante. Se cambi speaker ogni due o tre anni non credo che tu possa avere una grande fidelizzazione».

Perché l’affetto non si costruisce in quindici giorni.

GP: «Quando prendiamo uno speaker nuovo gli dico sempre che, nel momento in cui apre il microfono, entra in casa delle persone. E quelle persone non lo conoscono. Devono imparare ad apprezzarlo, verificare i pregi, sopportare i difetti e farselo diventare, in qualche modo, un compagno. Ci vuole tempo».

Prima degli eventi c’era la necessità di sopravvivere

Radio Bruno ha portato molto presto la Radio fuori dalla Radio.

Gianni Prandi rivendica una storia che parte molto prima dell’attuale moltiplicazione degli eventi Radiofonici.

GP: «Non posso dire di esserne certo, ma ho la presunzione di dire che Radio Bruno sia stata la prima a fare qualcosa fuori dall’attività caratteristica delle trasmissioni. I primi concerti li abbiamo fatti nel 1979».

E non erano piccole manifestazioni.

GP: «Morandi, Ricchi e Poveri, Orietta Berti. Poi nell’82 Baglioni, nell’85 Vasco Rossi…».

Ma l’origine non fu una raffinata strategia di marketing.

GP: «È stata una necessità per sopravvivere. Noi non campavamo soltanto con la pubblicità. Non ce la facevamo. Non c’era un bacino economico-commerciale che potesse reggere il peso degli stipendi. I soldi bisognava andare a cercarli da un’altra parte».

Da quella necessità nacque una competenza. Prima i concerti a pagamento, poi gli eventi promozionali, le manifestazioni sportive, le fiere, le sagre, la presenza continua sul territorio.

GP: «Era un modo per contattare le persone. Gli davi una cartolina, un adesivo e speravi che, una volta tornati a casa, mettessero la radiolina sulla tua frequenza».

Radio Bruno Estate, dalle piazze alla TV nazionale

Radio Bruno Estate è l’evoluzione più evidente di quella cultura.

GP: «Nasce più di trent’anni fa. Quando guardiamo le immagini dei primi spettacoli sorridiamo vedendo i palchi e le attrezzature dell’epoca. Però su quei palchi c’erano il primo Cremonini, il primo Mengoni, la prima Annalisa, la prima Alessandra Amoroso, il primo Biagio Antonacci…».

Oggi la dimensione è completamente diversa.

GP: «Abbiamo accettato anche noi la sfida di andare su una piattaforma televisiva nazionale, perché questo aiuta sia nelle sponsorizzazioni sia nell’appeal verso gli artisti. Non hai soltanto le 10, 15 o 20 mila persone nella piazza, ma anche le centinaia di migliaia di persone che poi ti guardano, come su Italia 1».

È un’industria dello spettacolo nata, mezzo secolo fa, dall’esigenza molto concreta di trovare risorse per pagare gli stipendi.

Crescere senza diventare una piccola Radio nazionale

C’è poi un’altra peculiarità del modello Radio Bruno: l’espansione territoriale. Nel 1990 il sistema radiofonico italiano arrivò a un bivio.

GP: «C’era da scegliere se fare la Radio locale o la Radio nazionale».

Radio Bruno scelse la prima strada. Ma crescendo il problema diventò più complesso.

GP: «Mantenere la caratteristica locale se il territorio coperto è di due o tre province è facile. Quando diventano tre o quattro regioni è più complicato, perché quello che piace a Modena non è detto che piaccia a Firenze e quello che piace a Firenze non è detto che piaccia a Milano».

La risposta è la differenziazione.

GP: «Non differenziamo la musica, perché la musica va bene sia a Firenze sia a Milano. Ma differenziamo l’informazione, lo sport e, speriamo, anche la pubblicità».

E poi resta la presenza fisica sui territori.

GP: «In questo modo chi ci ascolta forse ci sente un po’ meno stranieri e un po’ più vicini. Se a Firenze parli della Fiorentina, uno di Firenze sente la Radio più vicina rispetto a quando gli parli del Modena».

Una grande Radio locale, dunque. Non una nazionale in miniatura.

MultiRadio: quando Gianni Prandi decide di “Litigare con sè stesso”

Anche la costruzione commerciale del gruppo nasce dall’esperienza. Radio Bruno comincia ad avere partner commerciali e concessionarie esterne già nel 1978. I rapporti però non sono sempre semplici.

GP: «Abbiamo finito per litigare con tutti i partner commerciali che abbiamo avuto. Sicuramente sarà stato anche per colpa mia. C’erano differenze di vedute sulla gestione del mezzo: quando le cose non andavano bene era colpa del prodotto, quando il prodotto andava bene era colpa della raccolta…».

Così, nel 1988, arriva una decisione destinata a pesare.

GP: «Ho pensato che forse, se fossi stato io in entrambe le posizioni, sarebbe stato più facile litigare con me stesso invece che con qualcuno che non ero io».

Nasce Multiradio.

GP: «E devo dire che è andata benino».

“Benino”, naturalmente, è il tipico understatement di Gianni Prandi.

Il passaggio generazionale e quello che non deve cambiare

Ora anche Radio Bruno affronta uno dei passaggi più delicati per qualsiasi azienda familiare: quello generazionale. Gianni Prandi non lo sottovaluta.

GP: «I passaggi generazionali nelle aziende sono difficilissimi. Qui devo dire che mi sembra che le cose stiano andando molto bene. Vedo passione e voglia, che sono due elementi indispensabili, soprattutto in una Radio».

Ci sono però alcuni capisaldi che vorrebbe trasferire alla nuova generazione.

Il primo riguarda lo stile personale.

GP: «Mantenere sempre un profilo mediamente basso. Posso avere tanti difetti, ma credo che non mi si possa dire che in questi cinquant’anni abbia esagerato di protagonismo. A me piace molto di più stare dietro le quinte».

Il secondo riguarda Radio Bruno.

GP: «Deve rimanere la Radio della porta accanto».

Piattaforme, tecnologie e modalità d’ascolto continueranno a cambiare. Arriverà sempre più intelligenza artificiale. Ma per Gianni Prandi qualcosa resta difficilmente sostituibile.

GP: «Il feeling con chi ti ascolta è fondamentale. Devi cercare di dirgli che gli sei vicino, fargli sentire che gli sei vicino. Tradotto negli speaker, nei programmi e nelle cose che fai. Facile da dire, meno facile da fare».

Dopo 50 anni, il microfono fa ancora paura

Gianni Prandi continua anche ad andare in onda. Poco, scherza lui. Ma abbastanza perché il microfono mantenga intatta la propria forza.

GP: «Provo davvero una sincera invidia per quei conduttori che riescono a fare un bel programma pur arrivando due minuti prima della messa in onda e che durante il programma magari stanno sui loro social. Io purtroppo non ci riesco. Se io facessi così sarei ancora più scarso».

Prima di una trasmissione arriva un’ora prima.

GP: «Devo cercare di concentrarmi e nelle tre ore di trasmissione devo rimanere lì con la testa».

Perché dopo cinquant’anni non considera ancora scontato aprire un microfono.

GP: «Mi crea ancora ansia. Sono preoccupato di fare bella figura, di non fare errori, di fare l’intervento giusto della lunghezza giusta, di dire qualcosa di interessante e non limitarmi all’annuncio e disannuncio, che sono capaci quasi tutti».

Poi arriva la fine della trasmissione.

GP: «Quando finisco sono molto stanco».

Forse è anche questo uno dei segreti. Dopo cinquant’anni, il microfono non è diventato routine.

«Ci hanno detto che abbiamo fatto parte della loro vita»

Alla fine dell’intervista torno alle celebrazioni del cinquantesimo. E lì arriva probabilmente la risposta che contiene tutte le altre.

GP: «La cosa di gran lunga più importante è stata aver toccato con mano l’affetto delle persone».

Non semplice familiarità.

GP: «Parlo proprio di affetto. Persone che volevano fare la foto con noi, persone che volevano il libro firmato, persone che ci hanno detto che abbiamo fatto parte della loro vita. Non due persone: decine e decine».

E alcuni incontri hanno superato perfino le parole.

GP: «Ci sono state persone che si sono commosse».

Cinquant’anni dopo quel garage, forse il risultato più importante di Radio Bruno non sta soltanto nella copertura, negli ascolti, nelle piazze riempite o nei ricavi.

Sta nell’essere riuscita a diventare, per moltissime persone, qualcosa che assomiglia a una presenza familiare.

La Radio della porta accanto.

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