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Conosco Fabrizio Berrini da moltissimo tempo. Praticamente da quando, alla fine degli anni ’80, cominciò quella che sarebbe diventata una lunghissima esperienza alla guida operativa di Aeranti, oggi Aeranti-Corallo.
Per questo il nostro Incontro Top parte inevitabilmente dalla storia. Ma riserva subito una sorpresa.
Perché prima dell’uomo delle istituzioni, dei tavoli ministeriali, dell’AGCOM e di Audiradio c’è stato un editore radiofonico. E prima ancora c’è stato un ragazzo che nel 1977 contribuì alla nascita di una piccola Radio libera a Novara.
Prima di AER c’era la Radio
Quando gli chiedo di raccontarmi di Puntoradio 96, Fabrizio Berrini mi corregge immediatamente.
F.B.: «Non si deve partire da Puntoradio 96. Si deve partire dal 1977, da una Radio che si chiamava Kabouter. Vuol dire gnomo in olandese.»
Una Radio figlia in pieno degli anni delle Radio libere.
F.B.: «Era nato tutto da un gruppo di persone molto variegate. Ci facemmo costruire un trasmettitore da 30 o 50 watt. Era una Radio rock e anche politica; anzi, direi che era una Radio politica che faceva rock. Facevamo molta informazione locale a Novara e organizzavamo tanti concerti.»
Fabrizio Berrini davanti al microfono, però, durò pochissimo.
F.B.: «Avrò trasmesso forse tre volte. Poi ho capito che non era il mio mestiere. Il mio mestiere era stare un passo dietro alla scrivania, organizzare la pubblicità e soprattutto gli spettacoli.»
Tra gli eventi organizzati ricorda persino un concerto dei Dire Straits nello stadio di Novara ancora in costruzione, davanti a circa diecimila persone.
Dopo la chiusura di quella prima esperienza, arrivò una scelta differente.
F.B.: «Raggranellai due o tre persone e dicemmo: facciamo una Radio, però facciamola un po’ commerciale. Così nacque Puntoradio 96, che poi nel tempo si è evoluta fino a Punto Radio.»
L’emittente arrivò a coprire quattro province e, nel suo periodo finale, a impiegare sei dipendenti a tempo pieno e due collaboratori part-time.
Poi arrivò una delle decisioni più dolorose per un editore.
F.B.: «Pur fatturando molto per la nostra zona, ci rendemmo conto che non avevamo futuro. Il meccanismo della Radiofonia stava viaggiando da un’altra parte. Vendere la Radio, dopo quasi trent’anni di attività e di vita, è stato soprattutto un dolore.»
Questa esperienza aiuta a comprendere il Fabrizio Berrini che verrà dopo. Perché chi avrebbe rappresentato per decenni gli editori locali era stato, prima di tutto, uno di loro.
Quel «Per un po’» che dura ancora
Gli ricordo quando ci conoscemmo. La mia memoria colloca il suo arrivo ad Aeranti alla fine degli anni ’80. Fabrizio Berrini conferma: siamo intorno al 1989.
F.B.: «Era andato via il nostro segretario generale e ci siamo trovati a dire: qualcuno deve farlo. “Fabrizio, vai tu per un po’, poi decidiamo”. In realtà quel “po’” è durato e dura ancora adesso.»
Aeranti nasce inizialmente occupandosi soltanto di Radio. Successivamente si apre alla televisione e, attraverso un lungo percorso associativo, nasce Aeranti-Corallo.
Ma che cosa c’è realmente dietro una sigla che gli editori radiofonici incontrano continuamente quando si parla di norme, frequenze, contributi, lavoro, tecnologia e istituzioni?
La macchina AERANTI-CORALLO
F.B.: «Abbiamo una sede operativa ad Ancona, un’altra sede operativa a Genova che oggi si occupa soprattutto di DAB, e la nostra sede principale, quella istituzionale, a Roma presso la sede nazionale di Confcommercio.»
La struttura, sottolinea Berrini, non è enorme.
F.B.: «È una struttura relativamente piccola. Negli anni siamo stati più grandi, oggi siamo più piccoli, ma riusciamo a mantenere un livello di presenza e di capillarità che considero importante.»
Accanto alla struttura operativa ci sono le relazioni esterne, il rapporto diretto con le emittenti, il bollettino associativo e una rete di competenze e collaborazioni.
Ma soprattutto c’è una presenza continua là dove vengono prese decisioni che possono incidere sulla vita delle imprese.
F.B.: «Aeranti-Corallo è presente in tutte le sedi istituzionali: abbiamo rapporti con il Parlamento, con l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, siamo presenti in quasi tutti i tavoli e le commissioni che riguardano il settore. Siamo nel Comitato tecnico di Auditel e siamo nel consiglio di amministrazione di Audiradio tramite ERA. Abbiamo una presenza nel mondo della Radio e della televisione che considero importante. Penso che i fatti, negli anni, lo abbiano dimostrato.»
Radio e TV: una convivenza possibile?
Radio e televisione sono però mezzi profondamente differenti. Chiedo quindi se abbia ancora senso rappresentarli all’interno della stessa organizzazione.
È una domanda che, racconta Fabrizio Berrini, si posero anche loro.
F.B.: «Quando abbiamo deciso di entrare nel mondo delle televisioni ci siamo domandati se questo avrebbe creato dei conflitti. Negli anni qualche discussione interna c’è stata, ma abbiamo sempre fatto un’operazione di pareggio totale: nessuna battaglia poteva essere a scapito della Radio e nessuna battaglia poteva essere a scapito della televisione.»
Una regola che, secondo Fabrizio Berrini, ha retto anche nei periodi nei quali l’attenzione politica e normativa era concentrata quasi esclusivamente sulla televisione.
F.B.: «C’è stato un momento nel quale la televisione, e quella locale in particolare, era diventata il fulcro della discussione politica del settore. La Radio non veniva quasi considerata. Noi però abbiamo continuato a portare avanti anche le nostre battaglie per la Radio.»
Le battaglie di una vita
Quali sono quelle che ricorda maggiormente?
Per la televisione Fabrizio Berrini indica il lungo confronto sull’assegnazione della capacità trasmissiva e sulla configurazione del sistema televisivo locale.
Per la Radio, invece, non ha dubbi.
F.B.: «La battaglia delle battaglie è stata quella sulle concessioni. Dalla legge Mammì al rilascio effettivo delle concessioni passarono anni. Quella è stata la battaglia delle battaglie per la radiofonia.»
E poi esiste una battaglia comune ai due mezzi che, in realtà, non è mai terminata.
F.B.: «Quella sui contributi. Riguarda televisioni commerciali e comunitarie, Radio commerciali e comunitarie. È una battaglia che continuiamo a portare avanti perché ogni anno bisogna difendere quelle risorse.»
Dietro queste parole c’è una parte poco visibile del lavoro associativo: anni di riunioni, documenti, negoziati, mediazioni e presenza istituzionale.
Parlare con la politica senza diventare politici
È probabilmente uno degli aspetti più delicati del suo mestiere.
Come si rappresenta un settore davanti alla politica senza trasformarsi in un soggetto politico?
Fabrizio Berrini parte da una constatazione: oggi è più difficile.
F.B.: «Quindici o vent’anni fa il rapporto con la politica era molto più semplice. Andavi dal responsabile della comunicazione di un partito, parlavi con una persona e quella persona ti diceva sì, no, sono d’accordo, non sono d’accordo. Oggi è molto più complicato perché il panorama politico è completamente diverso.»
Il principio che ha seguito, però, non è cambiato.
F.B.: «Non sono mai diventato un politico. Al di là delle simpatie e delle idee personali, devi essere sempre un tecnico, perché sei lì per portare avanti una causa. Quella causa qualche volta può essere condivisa, qualche volta non condivisa e qualche volta addirittura osteggiata.»
E qui arriva una definizione che fotografa bene trent’anni di relazioni istituzionali.
F.B.: «La politica non è una linea retta. È uno zig-zag.»
L’obiettivo dell’associazione, dice, è essere riconosciuta come interlocutore credibile e affidabile.
F.B.: «Noi non abbiamo mai fatto battaglie di rottura. Puoi discutere per un anno intero, ma alla fine devi cercare di portare a casa il risultato per le imprese che rappresenti.»
Il rapporto con AGCOM
Se il rapporto con la politica è diventato più complesso, Fabrizio Berrini riconosce invece un’evoluzione molto significativa nel rapporto con l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni.
F.B.: «Ho visto nascere l’Autorità e in questi anni ha fatto dei salti di qualità enormi. Ho vissuto un’evoluzione sempre in salita della qualità degli interlocutori.»
All’inizio, ricorda, non sempre esisteva una conoscenza sufficientemente approfondita delle specificità del sistema radiotelevisivo locale.
F.B.: «Oggi l’Autorità è fatta da veri professionisti, persone in grado di affrontare anche questioni che sembrano irrisolvibili per la composizione delle parti in campo.»
Un cambiamento importante, perché una parte crescente delle regole che incidono sul settore passa proprio attraverso organismi tecnici e regolatori.
AudiRadio: tecnologia sì, ma con la peculiarità italiana
Arriviamo inevitabilmente ad Audiradio. Aeranti-Corallo è oggi parte della compagine societaria. Che cosa chiede alla ricerca?
Fabrizio Berrini individua due esigenze.
F.B.: «Chiediamo sviluppo tecnologico, e si sta provando a farlo, e chiediamo la considerazione della peculiarità italiana.»
Il nodo è soprattutto la Radio locale.
Una rilevazione esclusivamente elettronica, sostiene, dovrebbe affrontare dimensioni campionarie molto elevate per riuscire a misurare correttamente anche emittenti con bacini territoriali circoscritti.
F.B.: «Non si può pensare semplicemente di applicare il meter a tutta la Radiofonia locale italiana. Per rilevare anche la piccola Radio locale servirebbe un numero di meter tale da rendere l’indagine enormemente costosa.»
Questo non significa chiudere la porta all’innovazione. Al contrario.
F.B.: «È giusto che le Radio con grandi numeri possano avere anche un’altra corsia, ed è quello che si sta cominciando a sviluppare. Dobbiamo salvaguardare i diritti delle Radio locali e contemporaneamente costruire altri numeri per le grandi Radio, le pluri-regionali e i network.»
La parola chiave potrebbe quindi essere ibridazione.
F.B.: «Io non lascio la strada vecchia, ma ne prendo anche una nuova. C’è l’autostrada e c’è la superstrada. Per me l’autostrada è ancora l’indagine CATI; poi bisogna vedere come affiancarle altre soluzioni. Non siamo chiusi all’evoluzione tecnologica.»
È una posizione interessante proprio perché evita le due semplificazioni opposte: difendere il passato per principio oppure considerare automaticamente migliore qualsiasi tecnologia nuova.
Come sta davvero la Radio locale?
Dopo oltre trent’anni trascorsi in un osservatorio privilegiato, chiedo a Fabrizio Berrini la domanda forse più semplice e più difficile. Come sta la Radio locale italiana? Prima risposta: bisogna capire che cosa intendiamo per Radio locale. Dentro quella definizione convivono imprese enormemente differenti.
Da una parte ci sono i grandi gruppi, che attraverso concentrazione e dimensione hanno realizzato importanti economie di scala.
Dall’altra esiste però ancora uno spazio preciso per l’emittente fortemente territoriale.
F.B.: «La Radio locale che non ha una grandissima estensione territoriale ma è estremamente radicata nel territorio riesce e riuscirà ancora a sopravvivere.»
Attenzione, però: pronunciare la parola “territorio” non basta.
F.B.: «Radicarsi nel territorio costa soldi. Costa soldi e impegno. Vuol dire avere microfoni in giro, persone che fanno le cose, essere presenti. Ci sono molte Radio che lo fanno e riescono a vivere attraverso questo sistema.»
Poi esiste una terza area. Ed è quella che lo preoccupa.
F.B.: «Ci sono Radio che forse non hanno ancora compreso fino in fondo come si è evoluto e come si sta evolvendo il sistema. Usano poco i social network, non sono presenti nelle manifestazioni, pensano che la Radio sia ancora quella di quarant’anni fa.»
Qui il tono di Fabrizio Berrini diventa particolarmente netto.
F.B.: «Bisogna capire che siamo in un nuovo secolo, in un mondo nel quale l’improvvisazione non esiste più. Devi capire come muoverti, che cosa fare e soprattutto non stare fermo. Perché se stai fermo sei finito.»
Il suo modello torna all’esperienza personale.
F.B.: «Puntoradio 96 negli ultimi anni faceva cento manifestazioni in giro con i propri DJ e aveva i giornalisti sul territorio. Devi unire tutti i blocchetti. Se riesci a farlo, allora riesci a esserci e a restarci.»
La drastica selezione avvenuta nel settore racconta il resto.
Dalle migliaia di emittenti dell’epoca delle Radio libere siamo arrivati a un sistema molto più concentrato. Per Fabrizio Berrini non significa che la Radio locale sia destinata a sparire. Significa che non basta più semplicemente esistere.
Quando l’associato chiede l’impossibile
Rappresentare centinaia di imprese significa inevitabilmente trovarsi anche davanti a interessi contrapposti.
F.B.: «È capitato che un associato avesse un’aspettativa che andava contro quella di altri associati, o addirittura che avrebbe danneggiato altre imprese. È normale quando nella stessa città hai tre o quattro Radio che si sono combattute per tutta la vita.»
Come si risolvono questi conflitti? La risposta è sorprendentemente semplice.
F.B.: «Parlando. Dialogando.»
Non significa che non ci siano stati scontri.
F.B.: «Ci sono stati anche momenti pesanti. Qualcuno se n’è andato e poi è tornato dicendo che aveva torto; qualche volta siamo stati noi a riconoscere di avere sottovalutato alcune osservazioni. Ma in più di trent’anni le grandi dispute sono sempre state risolte in maniera pacifica.»
Ogni anno l’associazione presenta i propri documenti programmatici, li discute con gli associati e costruisce una linea.
F.B.: «È un percorso democratico. Ma anche se non fosse così, devi comunque parlare. Parlare è fondamentale.»
E chi racconta la forza della Radio al mercato?
Prima di salutarci aggiungo una domanda che non avevo anticipato a Fabrizio.
È un tema che mi accompagna dal 1993, quando proposi la creazione anche in Italia di un Radio Advertising Bureau: una struttura capace di raccontare sistematicamente agli investitori, alle agenzie e al mercato pubblicitario la forza specifica del mezzo Radio.
Trentatré anni dopo, la domanda è ancora lì. Possibile che un mezzo che raggiunge ogni giorno milioni di italiani non disponga di una struttura permanente dedicata a promuoverne il valore presso il mercato?
Berrini non considera affatto superato il problema.
F.B.: «Credo che un progetto di questo genere possa essere portato anche al Consiglio di amministrazione di Audiradio, per capire se sia possibile costruire qualcosa. Non può essere l’Autorità e non può essere una singola associazione: deve essere un soggetto terzo.»
Gli appuntamenti occasionali, secondo Berrini, non bastano.
F.B.: «Non possiamo aspettare due anni per il prossimo evento. Serve qualcosa di più. Un grande appuntamento almeno una volta all’anno, con una preparazione lunga e con un seguito. Servono tavoli qualificati, con persone che conoscano davvero le dinamiche del mercato.»
È forse il punto migliore sul quale terminare il nostro incontro. Perché dopo aver parlato per quasi un’ora di passato, concessioni, politica, Autorità, rilevazioni e associazionismo, torniamo alla domanda fondamentale.
Che cos’è oggi la Radio?
La risposta di Fabrizio Berrini è semplice.
F.B.: «La Radio non muore mai. Può morire quella scatoletta dove una volta c’era la Radio. Ma oggi la Radio è nel computer, è sul telefonino, è nella macchina, è sul DAB, è in IP. La Radio non può morire.»
Cambiano le piattaforme. Cambiano le imprese. Cambiano le regole. Cambiano perfino gli ascoltatori. Ma resta una relazione tra qualcuno che parla e qualcuno che ascolta.
E forse, dopo quasi cinquant’anni passati dentro questo mezzo, Fabrizio Berrini ha ancora voglia di occuparsene proprio per questo.
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