The National Flag of Canada
In Canada chiudono 6 stazioni e qualcuno è già pronto a celebrare l’ennesimo funerale del mezzo Radio. Ma 5 sono in AM, tutte trasmettono spoken word, Rogers ne mantiene attive altre 44 e la Radio AM/FM raggiunge ancora l’81% dei canadesi ogni settimana. Non è la crisi della Radio: è la crisi di un modello preciso. E un caso di scuola su come una notizia possa essere piegata a una tesi.

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Sei stazioni Radio chiuse. Duecentotrenta posti di lavoro coinvolti. Basta mettere questi due numeri uno accanto all’altro e la conclusione sembra già scritta: la Radio tradizionale è in crisi, il pubblico migra altrove, il futuro è sulle piattaforme. Peccato che, andando a vedere che cosa è successo davvero in Canada, la storia racconti qualcosa di parecchio diverso. Non qualcosa di tranquillizzante. Qualcosa di più preciso.

Il 7 luglio 2026 Rogers Sports & Media ha spento 6 emittenti spoken-word in 4 mercati canadesi. È una notizia seria, soprattutto per le persone che hanno perso il lavoro. Ma trasformarla nella prova della crisi della Radio generalista significa attribuire a un caso industriale molto specifico un significato che i numeri non gli consentono di avere.

I numeri prima della tesi

Partiamo dalle 6 stazioni chiuse da Rogers.

StazioneMercatoBandaFormato
1130 NewsRadio – CKWXVancouverAMNews
Sportsnet 650 – CISLVancouverAMSports
660 NewsRadio – CFFRCalgaryAMNews
Sportsnet 960 – CFACCalgaryAMSports
570 NewsRadio – CKGLKitchenerAMNews
95.7 NewsRadio – CJNIHalifaxFMNews

Il primo dato dovrebbe già imporre qualche prudenza: 5 stazioni su 6 erano in AM. Tutte e 6 erano spoken-word. Quattro News e due Sports. Non stiamo quindi osservando un campione rappresentativo della Radio generalista canadese. Stiamo osservando una particolare combinazione di banda, formato, struttura dei costi e performance di audience. C’è poi il numero dei posti di lavoro.

Rogers ha annunciato complessivamente 230 riduzioni di personale nella divisione Sports & Media, ma quelle direttamente connesse alla chiusura delle 6 stazioni sono circa 80. Gli altri tagli riguardano funzioni corporate e di supporto, sales, marketing, programming e attività televisive. È una distinzione tutt’altro che marginale. E mentre chiude queste 6 emittenti, Rogers dichiara di continuare a possedere e gestire altre 44 stazioni Radio in quasi 30 mercati canadesi.

Fonte:
Broadcast Dialogue
Rogers Sports & Media cuts 230 jobs,
shutters six radio stations.

Quando l’audience non paga più i costi

Il dato più impressionante riguarda le 2 SportsRadio. Paul Larsen, Strategic Media Advisor ed ex fondatore e presidente di Clear Sky Radio, riporta su Broadcast Dialogue i numeri forniti dalla stessa Rogers: al di fuori delle grandi partite di hockey e dei playoff, Sportsnet 650 Vancouver avrebbe avuto circa 2.100 ascoltatori medi settimanali e Sportsnet 960 Calgary appena 1.200. Numeri estremamente piccoli, soprattutto se confrontati con il costo di una operation All Sports locale.

Perché una SportsRadio o una NewsRadio non sono jukebox. Richiedono giornalisti, conduttori, producer, redazione, copertura degli eventi, aggiornamento continuo. E, nel caso di 5 delle 6 emittenti chiuse, a tutto questo si aggiunge il costo di impianti AM ad alta potenza.

Larsen arriva a una conclusione molto netta: in gran parte del Canada l’AM commerciale si sta avvicinando alla fine della propria vita economica. Questa sì che è una notizia. Ma la crisi dell’AM è la crisi della Radio? No. Esattamente come la crisi di un formato non è la crisi del medium che lo distribuisce.

Fonte:
Paul Larsen
What the Rogers Radio Station Closures Really Tell Us.

E la Radio Canadese nel suo complesso?

Qui conviene uscire dal caso Rogers e guardare i dati del sistema. Il CRTC, il regolatore canadese delle telecomunicazioni e del broadcasting, certifica che nel 2024 la Radio commerciale tradizionale ha generato 1,0936 miliardi di dollari canadesi di ricavi. Rispetto al 2023 il calo è dello 0,9%. Non è crescita. Non va nascosto. Ma il CRTC certifica anche che la Radio commerciale tradizionale è rimasta profittevole.

Sul fronte dell’ascolto arriva un altro numero che rende difficile descrivere il broadcasting come un residuo del passato. Uno studio Nordicity commissionato dal CRTC, citando Numeris 2025, rileva che AM/FM raggiunge ancora l’81% dei canadesi ogni settimana, per una media di 7,1 ore settimanali. Nello stesso documento c’è anche il dato che chi ama la Radio deve avere il coraggio di guardare: dal 2020 la quota dell’ascolto Radio diminuisce di circa l’1,8% all’anno. Questa è la fotografia completa.

La Radio canadese continua a raggiungere una larghissima maggioranza della popolazione ed è ancora economicamente profittevole. Ma perde progressivamente quota di ascolto mentre crescono le alternative digitali. Due verità possono convivere. Anzi, devono.

Fonte:
CRTC/Nordicity
Audience at the centre.

La vera crisi è molto più specifica

Torniamo allora alle 6 stazioni di Rogers. Che cosa ci dicono davvero? Ci mostrano la crisi di una combinazione precisa:

AM
+
spoken-word ad alto costo
+
audience insufficiente
+
rigidità regolatoria.

Ed è proprio sull’ultimo punto che il caso canadese diventa interessante anche per noi. Larsen ricorda che in Canada il passaggio di un News/Talk, All News o All Sports dall’AM alla FM incontra vincoli regolatori ben superiori a quelli di un normale cambio di formato musicale. La stessa 95.7 NewsRadio di Halifax, unica FM tra le 6 chiuse, operava con una licenza Specialty che rendeva molto più complesso un eventuale riposizionamento. Qui il monito è corretto e perfino prezioso: le regole non devono impedire alla Radio di evolvere.

Difendere una tecnologia fino a rendere più difficile salvare un contenuto sarebbe un paradosso. Ma da questo non discende affatto che broadcast significhi passato e IP significhi futuro. Discende una cosa diversa: il prodotto Radio deve poter raggiungere il pubblico attraverso tutte le piattaforme utili, senza rinunciare a una distribuzione broadcast che oggi continua a garantire una reach enorme.

EVOLVERE non significa dichiararsi MORTI

Anche in Italia si ripropone ciclicamente una lettura secondo cui ogni difficoltà di un broadcaster tradizionale sarebbe una nuova prova dello spostamento inevitabile dalla Radio verso un generico ecosistema audio digitale. È una lettura che contiene una parte di verità: l’ascolto si frammenta, l’IP cresce, le abitudini cambiano e nessun editore Radio può permettersi di ignorarlo. Ma quando la tesi viene applicata al caso Rogers, il passaggio logico si rompe.

Se chiudono 5 AM e una FM,
tutte spoken-word,
alcune con audience
diventate microscopiche,
non è morta la Radio.
È diventato insostenibile
un preciso modello economico.

La differenza non è semantica. È strategica. Perché se si sbaglia la diagnosi, si sbaglia anche la cura. La Radio non deve arroccarsi nella difesa di una frequenza. Deve innovare contenuto, distribuzione, commercializzazione e struttura dei costi. Deve essere presente sull’FM, sul DAB+, sugli smart speaker, sulle app, in automobile e ovunque l’ascoltatore la cerchi. Ma non ha alcun bisogno di dichiarare morto ciò che continua a raggiungere milioni di persone per dimostrare di avere capito il futuro.

Il caso Rogers non è la prova che la Radio sta finendo. È la prova che anche nella Radio, quando audience e ricavi non sostengono più i costi, un modello finisce. Succede alle imprese. Succede ai formati. Succede alle tecnologie. E confondere la fine di uno di questi con la fine del medium non è analisi. È una tesi in cerca di conferme.

Photo Credit: iStock.com/Gelu Popa

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