ADJ-1235x860 - Marco Mazzoli
Marco Mazzoli è molto più dello Zoo di 105. Dietro uno dei programmi più longevi, trasgressivi e ascoltati della Radio italiana c’è un professionista ossessionato dalla preparazione, dalla squadra e dalla qualità del prodotto. In questa lunga intervista per il blog astorri.it racconta la palestra di RTL 102.5, Station One, la nascita dello Zoo, Howard Stern, gli Stati Uniti, l’Isola dei Famosi e la nuova avventura da editore Radiofonico. Ma soprattutto lancia un messaggio al settore: senza formazione, ricambio e nuove idee, la Radio rischia di perdere il futuro.

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Ci sono interviste che cominciano con la prima domanda. Questa no. Con Marco Mazzoli cominciamo prima, mettendo ordine in ricordi che risalgono a più di trent’anni fa. Lo coinvolsi a RTL 102.5 quando era giovanissimo. Durante la conversazione sistemiamo anche la data: 1992. Lo avrei poi richiamato nel 1997 a Station One. Dopodiché Marco avrebbe seguito una strada tutta sua. Una strada che ha portato a Lo Zoo di 105, programma che nel 2026 comincia la sua ventottesima stagione.

Avevo preparato dieci domande. Dopo pochi minuti capisco però che la cosa più interessante è lasciare parlare lui. Perché dietro il personaggio Mazzoli, dietro le provocazioni, le querele, le parolacce e l’inevitabile rumore che circonda Lo Zoo, emerge soprattutto un professionista della Radio. Uno che continua a presentarsi in studio ore prima di andare in onda. Uno che si prepara. Uno che pretende. Uno che ha ancora ansia prima di ricominciare una stagione.

E uno che, dopo avere sperimentato televisione, cinema, podcast, social e oggi anche l’imprenditoria Radiofonica negli Stati Uniti, continua a dire:

«La Radio è la Mia Casa.»

«Una volta si faceva la palestra»

Il primo tema nasce spontaneamente. Parliamo degli inizi. Marco ricorda quando, prima di avere programmi importanti, gli orari e le responsabilità arrivavano progressivamente. E usa una parola che oggi nella Radio italiana sento sempre meno spesso: palestra.

MM: «Una volta, Claudio, si faceva la palestra. Oggi vedo tanta gente che viene buttata in onda senza arte né parte. Magari hanno anche un talento da sviluppare, però non c’è la palestra e quindi nessuno impara.»

«All’inizio questo lavoro è difficile. Poi, quando prendi confidenza, lo ami. E diventa la tua vita, come è successo a me e come è successo a te. Il problema è che oggi questi ragazzi giovani arrivano e vengono buttati in onda così.»

Mazzoli, negli anni, ha persino provato a trasformare questa convinzione in formazione. L’idea gli venne attraverso un ascoltatore.

MM: «Un mio ascoltatore molto più giovane di me un giorno mi contatta e mi dice: secondo me sarebbe figo fare una masterclass. Era il periodo in cui in America cominciavano a comparire masterclass tenute da professionisti di cinema, recitazione, regia.»

«Io gli ho detto: ma io non credo di essere uno che possa fare una masterclass. E lui mi ha risposto: comunque hai inventato un modo diverso di fare la Radio, potrebbe essere interessante.»

E così provò.

MM: «Abbiamo iniziato quasi per gioco su Facebook. Avevo degli studenti e gli facevo fare i compiti a casa, magari trenta minuti di prova. Poi davanti a tutti, molto nello stile di Claudio Cecchetto, umiliazione totale quando qualcuno faceva delle sciocchezze.»

Mazzoli ride, ma il concetto è serissimo.

MM: «Gli dicevo: no ragazzi, così non andate da nessuna parte. Hai una voce brutta? Va bene. Devi lavorare sul talento.»

«Fabio Volo, per esempio, non ha la classica bella voce. Però ha lavorato su altri meccanismi e si è fatto strada fino a diventare uno dei più importanti nella Radio.»

La lezione riguarda anche lui.

«Volevo il vocione. Poi ho capito che dovevo essere me stesso»

Marco arriva professionalmente da una generazione nella quale il modello del conduttore Radiofonico era ancora fortemente legato alla voce. Le grandi voci. I timbri riconoscibili. L’impostazione.

E lui, ragazzo, cercava di assomigliare a quei modelli.

MM: «RTL 102.5 è stata la prima vera scuola. Anche le Radio locali erano state esperienze bellissime, però RTL 102.5 è stata la prima vera Radio nazionale nella quale ho imparato.»

«Io avevo interiorizzato tutti questi miti. Gli speaker importanti degli anni Ottanta e Novanta avevano il vocione. Massimo Braccialarghe, Massimo Oldani… tutti avevano questa voce potente e io… volevo avere anch’io una voce potente.»

La soluzione scelta dal giovane Mazzoli non era propriamente salutistica.

MM: «Ho imparato a controllarla anche con due pacchetti di Marlboro al giorno! Una sigaretta dietro l’altra. Ho imparato a modulare la voce, usare il diaframma, renderla più profonda.»

Poi qualcuno gli spiegò che stava inseguendo il bersaglio sbagliato.

MM: «A RTL 102.5 ho imparato, grazie soprattutto a te, ai colleghi e a quel periodo, che dovevo smetterla di impostare la voce. Mi dicevano: sembri falso. Devi essere te stesso. È più importante quello che dici di come lo dici.»

È una frase semplice. Ma dentro c’è già molto del futuro Mazzoli.

Dalla Radio della regole alla Radio che le rompe

Marco ha vissuto entrambe. La Radio nella quale il clock era quasi religione e quella nella quale avrebbe cominciato sistematicamente a infrangerlo.

MM: «Io ho vissuto una generazione che era quasi nazismo Radiofonico. Dovevi rispettare il minutaggio, parlare trenta secondi, fare determinate cose.»

Non rinnega quella scuola. Anzi. È proprio aver imparato le regole ad avergli consentito, successivamente, di romperle.

MM: «Se tutti si comportano allo stesso modo, per essere diverso a un certo punto devi esasperare. Io ho esasperato.»

Nel 1997 arriva Station One. È lì che il processo accelera.

MM: «Station One è stata la prima Radio nella quale ho potuto essere libero e osare. Abbiamo iniziato a fare le prime cose che in Radio non andavano fatte.»

«Non parolacce come quelle che poi si sarebbero sentite nello Zoo, però già facevamo sketch sul sesso e cose che uscivano dai binari. Quello è stato un po’ l’embrione dello Zoo.»

Il contrasto con RTL 102.5 non potrebbe essere più evidente.

MM: «Pensa che a RTL 102.5 facevo anche “Non Stop News” (il programma di informazione del mattino, ndr). Io a vent’anni tornavo dalla discoteca e andavo in onda a leggere le notizie. Era proprio l’esatto opposto!»

La gavetta, però, aveva compiuto il suo lavoro. Mazzoli sapeva fare la Radio tradizionale. Adesso poteva permettersi di provare a inventarne un’altra.

«Lo Zoo è nato per caso; non avevo un progetto»

La mitologia costruisce spesso le storie al contrario. Prima arriva il successo e poi cerchiamo nel passato un momento nel quale qualcuno avrebbe previsto tutto. Con Lo Zoo non sembra essere successo.

MM: «Lo Zoo è nato per caso. Non avevo un progetto preciso in mente.»

Alla fine del 1998 arriva a Radio 105. All’inizio fa il weekend. La programmazione musicale non è quella sulla quale era cresciuto professionalmente. E quindi si prepara. Molto.

MM: «Io arrivavo da una Radio nella quale mettevo soprattutto musica dance. A 105 mi trovavo una programmazione già fatta, con canzoni che magari conoscevo meno.»

«Allora il lunedì mi facevo stampare la scaletta del sabato e della domenica successivi. Non c’era Internet come oggi, non c’erano i motori di ricerca. Compravo i giornali musicali, cercavo informazioni, mi preparavo gli interventi, magari due o tre gag.»

Il risultato era un programma minuziosamente costruito.

MM: «Quando arrivavo il sabato e la domenica ero una macchina. Sapevo esattamente quanto dovevo parlare sulle canzoni, mi studiavo tutto, prendevo tutti gli intro, uscivo dal disco con una notizia interessante, lanciavo l’altro, avevo una bella chiusura.»

Un giorno viene chiamato nell’ufficio del responsabile musicale dell’epoca. Marco ricorda ancora il complimento.

MM: «Mi disse: da quando sei arrivato tu gli altri speaker hanno ricominciato a impegnarsi.»

«Quella cosa mi ha segnato. Perché significava che gli altri avevano cominciato ad ascoltare quello che facevo io. Io arrivavo preparatissimo. E quella cosa aveva acceso anche un po’ di sana gelosia.»

Poi Radio 105 apre una sede a New York. Per Mazzoli è quasi inevitabile proporsi.

MM: «Io ho detto subito: vado io. Sono americano, sono cresciuto in America, vado a New York.»

Ci rimane circa un anno.

MM: «È stata un’esperienza bellissima, però non era quello che volevo. E avevo anche problemi sentimentali: mi mancava una ragazza che avevo lasciato in Italia.»

Decide di tornare a Milano. Ed è lì che accade qualcosa.

«Secondo me la gente vuole ridere tutto il giorno»

Mazzoli rientra e viene utilizzato durante l’estate nel pomeriggio. Comincia a sperimentare.

MM: «Mi mettono dalle due alle quattro. Mi invento un primo gioco e faccio queste due ore tutti i giorni ad agosto.»

La risposta è immediata.

MM: «Ho spaccato. Il centralino era esploso.»

Da lì arriva un altro spostamento di fascia. E soprattutto una domanda.

MM: «Mi mettono dalle quattro alle sei e io penso: adesso che cazzo mi invento?»

La risposta diventa Lo Zoo.

MM: «È lì che mi viene l’idea. Ho pensato: secondo me la gente vuole ridere tutto il giorno. Ha bisogno di staccare la spina.»

«La Radio è un mezzo perfetto perché ti permette di viaggiare nella fantasia.»

E quindi prende qualcosa che tradizionalmente apparteneva al mattino e lo sposta nel pomeriggio.

MM: «Ho detto: provo a fare un morning show al pomeriggio.»

Quando torna poi nella fascia 14:00-16:00, nasce la prima vera versione dello Zoo. Nessuno, però, gli aveva concesso preventivamente la libertà per realizzare quello che sarebbe diventato il programma.

«Se avessi chiesto il permesso, mi avrebbero detto che ero pazzo»

Questo è uno degli elementi più affascinanti della storia. Lo Zoo non nasce da una deliberazione aziendale. Nasce in parte anche contro i normali meccanismi aziendali.

MM: «Pensa se fossi andato da Alberto Hazan (l’editore dell’epoca, ndr) e gli avessi detto: senti, voglio fare un programma dalle due alle quattro nel quale posso dire parolacce e prendere per il culo tutti. Mi avrebbe risposto: ma tu sei pazzo, vai via.»

E infatti i problemi non mancano.

MM: «Mi licenziava, mi sospendeva, mi faceva lettere di richiamo, multe.»

A un certo punto il conflitto esplode. Marco racconta di una vicenda interna nella quale attaccò pesantemente in onda un collega. Arrivò una denuncia e venne allontanato. Poi arrivarono i numeri.

MM: «Escono i dati d’ascolto ed ero salito del 400%. Avevo stabilito un record d’ascolto. Mi pare fossero 480 mila, ai tempi c’erano quei numeri lì.»

E quindi?

MM: «Mi richiamano.»

Marco in quel momento è in vacanza con Wender. Nemmeno loro sembrano avere chiarissimo dove.

MM: «Io ero convinto di essere a Formentera, in realtà ero a Palma de Mallorca. Avevamo sbagliato traghetto!»

Fa un po’ il prezioso. Poi torna. Da quel momento il rapporto con Alberto Hazan entra in una nuova fase.

MM: «Si era creato questo gioco di odio e amore. Io esageravo, lui mi chiamava su, però poi magari era lui stesso che mi proponeva di fare una finta telefonata allo spacciatore di droga. Si divertiva.»

La definizione successiva è molto Mazzoli.

MM: «Io ero la sua perversione.»

Eppure oggi il riconoscimento nei confronti dell’editore è molto chiaro.

MM: «Alberto Hazan è stato quello che mi ha dato più libertà in assoluto in una Radio così importante.»

E proprio l’importanza della Radio è decisiva.

MM: «Se avessi fatto quello che facevo a 105 in una piccola Radio locale non avrebbe avuto lo stesso effetto. Il fatto che uno speaker di una Radio nazionale importante come 105 si permettesse di infrangere tutte le regole e i protocolli aveva un’eco completamente diversa.»

Dietro il caos c’è un perfezionista

Arriviamo al punto sul quale ero più curioso. Chi ascolta Lo Zoo percepisce caos, imprevedibilità, rischio. Chi conosce Marco Mazzoli professionalmente sa però che è un lavoratore maniacale. Quando ci parliamo è in Radio da ore. Lo Zoo deve ancora ricominciare dopo la pausa estiva.

MM: «Sono qui da stamattina alle nove e non sono ancora in onda.»

Ha appena avuto una discussione con parte della squadra.

MM: «Qualche ora fa ho dato una sonora lezione a tutti. Io arrivo dall’America e mi aspetto che siano tutti pronti qui a lavorare, in produzione, a preparare tutto da zero. E invece alcuni sono ancora in vacanza. Sono impazzito.»

Mazzoli distingue severità da esigenza.

MM: «Io non sono severo, sono giusto. Tutti quelli che hanno lavorato con me sanno che sono una brava persona, non sono cattivo. Però sono molto esigente.»

E qui pronuncia una frase che dovrebbe interessare qualsiasi direttore di Radio.

MM: «Per arrivare in testa alla classifica ci vogliono anni di lavoro.»

Poi ne arriva un’altra. Ancora più importante.

MM: «La Radio ha un andamento lento sia in salita sia in discesa. Ma una volta iniziata la discesa, non si ferma più.»

Perché oggi il contesto è completamente cambiato.

MM: «Prima c’erano la Radio, la televisione e i giornali. Adesso ci sono Spotify, i podcast (ci sono più podcast che persone che li ascoltano) i social network, TikTok.»

«Se uno ha voglia di ridere può andare su TikTok. Abbiamo così tanta concorrenza che se inizi a deludere anche per due o tre puntate, o per una settimana, o per un mese, secondo me anche quello più affezionato ti dice: vai a cagare, io ascolto altro.»

Paradossalmente, Lo Zoo soffre poco della concorrenza radiofonica diretta.

MM: «Grazie a Dio al momento non c’è nessuno. E dico grazie a Dio anche se un po’ mi dispiace. Non c’è nessuno che cerchi veramente di imitarci o di inventare qualcosa che possa competere con noi.»

«Ho un vuoto totale. Da una parte è bello. Dall’altra un po’ di competizione mi piacerebbe.»

«La nostra produzione è hollywoodiana»

Ed eccoci al vero segreto. Non una formula comica. Non le parolacce. Non l’eccesso. La struttura.

MM: «Io sono un perfezionista. Mi costruisco una base credibile. La produzione del mio programma è, tra virgolette, hollywoodiana.»

«Le scenette, quasi tutte, proviamo a farle perfette. Poi sopra mi permetto di condire.»

Mazzoli inventa sul momento una metafora culinaria. E funziona benissimo.

MM: «C’è una base per la torta. Poi puoi metterci quello che vuoi sopra. Ma quando assaggi la torta devi pensare: questo pasticcere è un professionista, non un improvvisato.»

«Poi magari sopra ha messo la farcitura a caso perché voleva fare una cosa carina, però sotto c’è una base solida.»

E quindi arriva la definizione forse più efficace di tutto l’incontro:

MM: «Questo è il nostro metodo: siamo dei veri professionisti. Una fabbrica di stronzate.»

Mazzoli sa che non tutto funziona.

MM: «Non tutte le scenette funzionano bene. Qualcuna non è perfetta. Però siamo in onda tutti i giorni, facciamo qualcosa come 280 puntate all’anno. Qualche errore può essere tollerato.»

«La base è perfettamente preparata. Sopra si va all’improvvisazione»

Qual è allora la parte realmente spontanea? Praticamente tutto quello che accade quando si apre il microfono.

MM: «Negli interventi in diretta non c’è nulla di preparato.»

La frase sembra contraddire tutto ciò che abbiamo appena detto. In realtà completa il metodo.

MM: «C’è la base perfettamente preparata e sopra si va all’improvvisazione.»

È possibile farlo perché dopo tanti anni il microfono non rappresenta più un elemento estraneo.

MM: «Ho fatto tanta palestra. Per me aprire il microfono è come per uno, alla mattina, farsi il caffè. Il microfono è la normalità.»

Normalità non significa assenza di emozione. Tutt’altro.

MM: «Adesso sono in ansia per lunedì perché ripartiamo. La sera prima non dormirò. Ho l’ansia che tutto sia perfetto perché deve ripartire l’ingranaggio.»

Poi ritorna sull’improvvisazione.

MM: «Noi parliamo al microfono con grande naturalezza e spontaneità. Tutti quelli che lavorano con me si lasciano andare.»

La metafora questa volta non è la torta. È il bungee jumping.

MM: «È come fare bungee jumping. Mi fido: buttiamoci. Sono sicuro che abbiamo agganciato bene la corda.»

«Qualche volta la corda si spezza, ti spacchi una gamba o succede qualcos’altro. Ma per la maggior parte delle volte rimbalziamo e riusciamo a tornare sulla piattaforma.»

Il pubblico, secondo Mazzoli, sente proprio questo. Il rischio.

MM: «Gli ascoltatori lo percepiscono.»

La squadra: «Ero diventato un dittatore»

Mazzoli ha cambiato molti compagni di viaggio. Ma il principio con cui costruisce Lo Zoo è rimasto sostanzialmente lo stesso. Circondarsi di persone differenti. Prima però ammette una responsabilità personale.

MM: «C’è stato un periodo nel quale io ero troppo esigente. Ero veramente diventato pesante.»

«Ero proprio il padrone. Se arrivavi un minuto in ritardo partiva il cazziatone. La squadra era sottoposta a una monarchia assoluta.»

Poi la sintesi.

MM: «Ero proprio un dittatore.»

La grande rottura con alcuni dei componenti storici dello Zoo avrebbe prodotto una conseguenza inattesa.

MM: «Alla fine è stato anche un bene. Mi è servito per darmi una calmata e capire le esigenze degli altri.»

Il motivo è evidente.

MM: «Quando lavori in squadra, soprattutto con persone che sono l’opposto una dell’altra, devi cercare di amalgamare tutto.»

Ma proprio la differenza è il criterio con cui Mazzoli sceglie.

MM: «Io mi circondo di persone che sono totalmente diverse da me e anche diverse tra loro. Questo mi permette di colmare le mie mancanze.»

E comincia a descrivere i giocatori.

Alisei, Noise, Puccioni: «Colmano le mie mancanze»

MM: «Fabio Alisei ha idee politiche molto diverse dalle mie e ci scontriamo sempre. Però è una persona molto colta.»

Poi una confessione che pochi leader fanno così serenamente.

MM: «Quando io sono carente, perché sono anche un po’ ignorante e non mi vergogno a dirlo, lui colma quel vuoto.»

Paolo Noise serve a un’altra cosa.

MM: «Paolo è uno dei creativi e improvvisatori più incredibili che io abbia mai conosciuto nella mia vita.»

«In quei momenti di tensione nei quali magari io e Fabio ci stiamo scontrando, lui riesce a entrare a gamba tesa, fa morire tutti dal ridere e spegne l’incendio.»

Poi parla di Letizia Puccioni.

MM: «La Puccioni l’ho voluta io. Lei arrivava dalla figura della giornalista seria.»

Mazzoli però aveva visto altro.

MM: «Io sapevo che era un po’ scema dentro! E sono andato a tirare fuori quella roba lì.»

Il lavoro sui personaggi è parte integrante del suo ruolo.

MM: «Cerco di trasformare anche persone che magari non hanno tutto questo talento evidente in personaggi.»

E quando funziona nasce un problema quasi paradossale.

MM: «Gli ascoltatori si innamorano. Poi questa cosa torna in culo a me perché quando devo mandare via qualcuno mi dicono: hai mandato via quello? Basta, non ti ascolto più.»

La Reunion: «Le palle le ho perchè ho il coraggio di perdonarli»

Il passaggio di Noise, Alisei e Wender a Radio Deejay fu una ferita importante. Mazzoli dovette ricostruire. Arrivarono talenti enormi come Maccio Capatonda e Herbert Ballerina.

MM: «In quel periodo stavano spaccando su YouTube. Erano unici. Li ho trasformati in radiofonici.»

Per alcuni anni funziona. Poi, progressivamente, cambiano le priorità.

MM: «La Radio è ripetitiva. Tutti i giorni è un impegno della Madonna. Loro volevano fare cinema, televisione, altre cose. Vedevo che piano piano stavano mollando.»

Marco comincia quindi a pensare all’impensabile. Riprendersi chi se ne era andato.

MM: «Mia moglie quando è successa questa roba mi ha detto: se li riprendi io ti lascio, perché significa che non hai le palle.»

Mazzoli arriva alla conclusione opposta.

MM: «Le palle invece le ho. Perché io ho il coraggio di perdonarli per quello che hanno fatto.»

E soprattutto mette il prodotto davanti all’orgoglio.

MM: «Lo faccio per il bene dello Zoo.»

Il ragionamento era anche strategico.

MM: «Ho pensato: se mi riprendo Paolo, Fabio e Wender tornano ad ascoltare Lo Zoo anche quelli che magari non lo ascoltavano più perché non gli piaceva la nuova formazione. Anche solo per la curiosità di capire cosa sarebbe successo.»

Inventò una reunion speciale. Funzionò.

MM: «Ha avuto un grande successo.»

E soprattutto Marco era convinto che quella squadra potesse sostenere ancora a lungo il programma.

MM: «Sapevo che con loro avrei potuto continuare altri dieci anni.»

Poi sorride.

MM: «Sono i miei piccoli tesori.»

«Io devo tutto agli ascoltatori»

Gli chiedo quanto i risultati d’ascolto proteggano un programma scomodo. Mazzoli non parte dall’azienda. Parte dal pubblico.

MM: «Io devo tutto agli ascoltatori. È la verità.»

«Se facessi questo programma nello studio nel quale sono e lo sentissero soltanto le persone che stanno qui dentro, io non sarei dove sono oggi.»

La forza dello Zoo non è solo la quantità. È il tipo di relazione.

MM: «C’è il sostegno degli ascoltatori e il fatto che loro vivano questa cosa come una famiglia.»

La parola famiglia non è casuale.

MM: «Noi siamo la loro famiglia che alle due li fa ridere fino alle quattro.»

Ma non solo.

MM: «Li facciamo ridere, qualche volta li facciamo riflettere, qualche volta li facciamo anche piangere.»

Mazzoli non tenta nemmeno di nobilitare artificialmente ogni minuto dello Zoo.

MM: «La maggior parte sono stronzate inascoltabili!»

Ma rivendica la capacità di cambiare registro quando serve.

MM: «Non facciamo soltanto cose orribili e inascoltabili. Nei momenti seri abbiamo dimostrato di saper fare anche altro.»

Ricorda l’11 settembre.

MM: «Quando sono cadute le Torri Gemelle ho fatto una settimana serissima. Quasi da giornalista.»

E rivendica la libertà di prendere posizioni. Anche sbagliate.

MM: «Io prendo delle cantonate. Ogni tanto dico delle puttanate pazzesche.»

Pausa.

MM: «Ma ci sta.»

«Io sono vero. Poi esagero una parte di me»

Lo Zoo vive spesso sulla linea che separa opinione, provocazione e spettacolo. Mazzoli non nega l’esistenza del personaggio. Ma rifiuta l’idea che sia costruito dal nulla.

MM: «Anche quando gli ascoltatori non sono d’accordo con quello che dico, secondo me apprezzano la mia sincerità.»

«È una forma di onestà, se mi è permesso. Onestà intellettuale, onestà di pensiero.»

Poi precisa:

MM: «Io sono vero.»

Ma il Marco dello Zoo non è esattamente il Marco che va a cena.

MM: «Quel lato lì è ovviamente un lato eccessivo di Marco. Io estremizzo alcuni miei pensieri, qualche volta li esaspero.»

«Non è che quando esco dalla Radio dico vaffanculo a tutti!»

Il riferimento successivo a Leone Di Lernia fa ridere entrambi.

MM: «Quello era Leone. Forse lui era addirittura peggio nella vita reale.»

La distinzione rimane importante.

MM: «È una parte di me che esaspero per lo spettacolo. È uno show.»

America: «Oltre a Miami ho comprato 7 frequenze nella West Coast»

Parlando degli Stati Uniti, emerge una delle novità più rilevanti dell’intervista. Marco Mazzoli non è più semplicemente un conduttore italiano che vive in America. È diventato un piccolo editore radiofonico americano.

MM: «Forse non lo sai, ma da qualche mese, oltre alle Radio che ho a Miami, ho comprato sette frequenze sulla West Coast.»

E ha cominciato a differenziarle.

MM: «Ho fatto formati diversi. È stata una bella sfida.»

C’è una nuova stazione dance nell’area di Las Vegas.

MM: «Ho un’altra Dance Radio simile a quella di Miami, Revolution 99.7.»

Poi un prodotto che lo entusiasma particolarmente.

MM «Ho fatto anche un formato Deep Chill House. Si chiama Detox, è un capolavoro.»

Non si ferma.

MM: «Ho creato anche una Radio Country senza avere praticamente conoscenza della musica Country.»

Come fa? Studia. Ancora una volta.

MM: «Me la sono studiata a fondo. E secondo me è bellissima.»

Poi una Hit Radio.

MM: «Ho fatto anche una Hit Radio con anni Ottanta, Novanta e contemporanea, con un buon morning show.»

Il sistema viene aggregato digitalmente.

MM: «Abbiamo creato un’app che in qualche modo diventa lo schermo della Radio. La colleghi tramite CarPlay alla macchina e ti compaiono tutte le mie stazioni.»

Il ragazzo che a RTL 102.6cercava di rendere più profonda la voce è diventato editore di più formati negli Stati Uniti.

«L’America è avanti. Ma le corporation hanno devastato la Radio»

Quando gli chiedo cosa la Radio italiana debba imparare da quella americana, la risposta non è affatto esterofila. È molto più complessa.

MM: «Da una parte l’America è avanti rispetto all’Italia. Però c’è un lato negativo.»

E quel lato negativo sono le grandi concentrazioni.

MM: «Le corporation hanno distrutto la radiofonia in America. L’hanno completamente devastata.»

Mazzoli cita i grandi gruppi statunitensi e il processo di consolidamento.

MM: «Hanno comprato più Radio possibili in tutti i mercati e hanno replicato prodotti identici.»

Per Marco è un errore soprattutto perché gli Stati Uniti non funzionano culturalmente come l’Italia.

MM: «In Italia uno che vive a Caserta può essere anche felice di sentire il milanese che trasmette da Milano. Gli dà magari l’idea della capitale della moda. Roma ha comunque un significato nazionale.»

«Ma quello che vive a Miami di sentire una Radio che gli parla di quello che succede a Los Angeles non gliene frega un cazzo.»

Perché?

MM: «Ogni Stato è un Paese a sé. La Florida è la Florida. La California è la California. New York è New York.»

Ed è qui che la concentrazione, secondo Mazzoli, ha impoverito il prodotto.

«Tutti vogliono parlare. Non c’è più cultura musicale»

Poi Marco torna in Italia. Ed è altrettanto severo.

MM: «Ho paura di tutto questo parlare che c’è adesso su tutte le Radio.»

Secondo lui c’è sempre meno spazio alla musica e soprattutto meno capacità di presentarla.

MM: «Poca creatività. Sono tutti uguali. Tutti vogliono parlare.»

«Mettono pochi dischi e anche brutti. Non c’è più una buona selezione musicale.»

E qui emerge la nostalgia per una figura professionale precisa. Il conduttore che conosce davvero ciò che suona.

MM: «Non c’è più quello che ti racconta la musica, che ti vende la canzone, che ti dice: questo è il prossimo successo.»

La conclusione è pesante.

MM: «Nessuno fa più cultura musicale

«Tante chiacchiere, tanti messaggi. Una grossa povertà.»

Mazzoli immagina quindi un possibile ritorno a prodotti più nettamente definiti.

MM: «Secondo me prima o poi ci sarà la necessità di tornare a formatizzare.»

L’esempio americano è elementare.

MM: «In America vuoi Country? Sai dove andare. In ogni mercato c’è una Country Radio. Vuoi Dance? Ci sono le Radio Dance. Vuoi Pop? Ci sono due o tre Radio Pop che competono fra loro.»

E l’Italia?

MM: «Questa roba da noi non c’è più. Non c’è più una Radio Pop chiaramente diversa dall’altra.»

Ricorda una stagione nella quale percepiva differenze maggiori.

MM: «Una volta 105 era più pop-rock. Deejay aveva un’impronta più britannica ed europea. Monte Carlo aveva sempre avuto una sua identità.»

Oggi?

MM: «C’è troppa confusione. Anche a livello musicale non c’è abbastanza cura.»

Howard Stern: «Per me era il precursore»

La serie nella quale questo articolo è pubblicato si chiama Shock-Jocks. È inevitabile parlare di Howard Stern. Marco lo ha studiato e amato.

MM: «Io Howard l’ho adorato.»

«Ho letto il suo libro. Il film, Private Parts, l’avrò visto non so quante volte.»

Ne ha tratto ispirazione. Non lo nasconde.

MM: «Ho preso spunto da lui perché per me era il precursore.»

Ma non per la semplice capacità di scandalizzare.

MM: «Era un trasgressore molto intelligente.»

Oggi Mazzoli è assai più critico nei suoi confronti e nei confronti della fase attuale di Stern. Ma l’importanza storica resta. Soprattutto rimane l’idea che la trasgressione abbia senso quando sotto c’è un progetto. Esattamente come nella torta dello Zoo.

L’Isola dei Famosi: «All’inizio ho pensato: vai via subito»

Nel 2023 Marco entra all’Isola dei Famosi. E vince. La considero un’esperienza interessante non per il reality in sé, ma per ciò che permette di capire sul rapporto tra un personaggio Radiofonico e la propria community. Mazzoli parte da una premessa.

MM: «Io sono attratto da tutto quello che potrebbe permettermi di fare qualcosa di estremamente inusuale su altre piattaforme. Mi piace provare.»

Ma pone immediatamente un limite.

MM: «Non sarò mai quello che fiuta che in televisione ci sono più soldi e allora molla la Radio.»

E arriva una delle frasi più importanti dell’intervista.

MM: «Non potrei mai tradire il mio mezzo. La Radio è la mia casa.»

Alla televisione sarebbe interessato a una sola condizione. Portare qualcosa di proprio.

MM: «Mi piacerebbe provare a portare una parte dello Zoo. So che Lo Zoo così com’è non potrebbe andare su una televisione generalista.»

«Però portare alcuni elementi dello Zoo, il nostro linguaggio rivisto e pulito, i nostri meccanismi… secondo me potrebbe funzionare.»

Se invece la proposta è semplicemente fare televisione?

MM: «Non mi interessa

E rivela:

MM: «Recentemente mi hanno proposto anche un programma abbastanza famoso e ho detto di no.»

L’Isola fu differente. E all’inizio Marco era convinto di avere commesso un errore.

MM: «Quando ho capito come funzionava ho pensato: hai sbagliato. Vai via. Esci subito perché ti sputtani.»

La situazione fisica e psicologica lo mette a disagio.

MM: «Non mangi, sei stanco, sei in mezzo a persone che non conosci, non hai uno specchio, non sai neanche più che aspetto hai.»

Per uno come lui, molto controllato nella vita quotidiana, è destabilizzante.

MM: «Io sono uno preciso, ci tengo a uscire di casa profumato, fresco. Lì perdi completamente il contatto con la realtà.»

E teme soprattutto che emerga qualcosa che non controlla.

MM: «Avevo paura che uscisse il vero me nei momenti di disperazione.»

Gli ascoltatori dello Zoo entrano nel televoto

Poi succede qualcosa. Fuori dall’Isola c’è Lo Zoo. E soprattutto ci sono i suoi ascoltatori.

MM: «I nostri ascoltatori guidavano il televoto. Erano tanti.»

Marco non tenta di nasconderlo. Anzi.

MM: «Io l’ho ammesso senza nessun problema. Fabio stava praticamente guidando la cosa.»

La community comincia a utilizzare il televoto in modo molto determinato.

MM: «Se qualcuno poteva creare delle difficoltà a Marco, veniva buttato fuori.»

Mazzoli, intanto, tenta addirittura di lasciare il programma.

MM: «A un certo punto il capo autore aveva capito che io volevo farmi buttare fuori.»

E secondo Marco cominciò perfino ad adattare alcune dinamiche per impedirgli di riuscirci.

MM: «Io sono andato da lui con la sacca pronta e ho detto: io me ne vado, chiama la barca, torno a casa.»

La risposta che riceve lo sorprende.

MM: «Mi dicevano: la gente sta impazzendo.»

Mazzoli non ci crede.

MM: «Io dicevo: ma vai a cagare, non lo guarda nessuno questo programma!»

Poi arriva sull’isola perfino la moglie con i cani per convincerlo. A un certo punto capisce. Non uscirà.

MM: «Quando ho capito che non ne potevo uscire, allora ho giocato.»

Pausa.

MM: «E me la sono portata a casa.»

Ha vinto l’Isola. Ma per chi studia la Radio il dato più interessante è forse un altro. Per più di vent’anni Lo Zoo aveva costruito una comunità attraverso l’audio. Quando quella comunità ha avuto la possibilità concreta di agire, ha agito.

Mediaset: «Mi hanno sempre lasciato libero»

L’arrivo di Mediaset nella Radio aveva fatto immaginare a molti una progressiva normalizzazione di Mazzoli. Lui racconta qualcosa di differente.

MM: «Mi hanno sempre lasciato libero.»

Naturalmente esistono rapporti aziendali.

MM: «Raramente magari mi dicono: evita di parlare male di quella persona perché è un nostro amico.»

Ma non descrive una censura strutturale. Anzi.

MM: «Mediaset sotto quel punto di vista mi ha sempre tutelato.»

Anche sul fronte delle tante controversie. Il rapporto viene raccontato senza troppi romanticismi. È dare e avere.

MM: «Io porto dei numeri pazzeschi.»

E quindi? Mazzoli usa una delle sue immagini.

MM: «Loro ogni tanto devono mandare giù dei piatti di merda.»

Difficile sintetizzare meglio il contratto non scritto tra un grande talento e una grande azienda.

«Non vedo ricambi. Non stanno investendo sui ragazzi»

Siamo ormai verso la fine dell’intervista. Gli chiedo se ci sia qualcosa che non abbiamo affrontato e che dovrebbe invece entrare nell’agenda di chi fa Radio. Marco torna esattamente al punto dal quale eravamo partiti. I giovani.

MM: «Io non vedo ricambi.»

E poi:

MM: «Non stanno investendo sui ragazzi. Per niente.»

Mazzoli non crede affatto alla scorciatoia per cui sarebbe sufficiente prendere qualcuno che abbia già successo su una piattaforma differente.

MM: «Non prendi lo YouTuber e dici: questo adesso fa la Radio.»

«Quello nasce come quello. Sa fare quello.»

La strada, secondo lui, dovrebbe essere diversa.

MM: «Prendi delle persone che vogliono fare la Radio e vogliono imparare la Radio.»

E cosa fai con loro?

MM: «Gli fai fare la palestra. La palestra è fondamentale.»

Mazzoli avanza anche una proposta molto concreta ai grandi gruppi.

MM: «Un gruppo grosso come il nostro, che oggi ha Radio nazionali, regionali o semiregionali, dovrebbe sfruttare magari il fine settimana di alcune di quelle Radio per fare palestra.»

Non semplicemente per riempire il palinsesto. Per formare.

MM: «Devi insegnare a un ventitreenne la bellezza di questo mestiere.»

«Questo è uno dei mestieri più belli del mondo»

È qui che Mazzoli diventa quasi sentimentale. A modo suo.

MM: «Questo è uno dei mestieri più belli del mondo.»

E parla della Radio non da nostalgico. Parla da uno che lavora con app, CarPlay, streaming e formati digitali.

MM: «La Radio è un mezzo di comunicazione straordinario. Unico e irripetibile.»

Poi fa il confronto con tutto ciò che ha sperimentato.

MM: «Io ho provato podcast, ho fatto cinema, televisione. Ho fatto un po’ di tutto.»

La sentenza:

MM: «Posso garantire che questo è il media in assoluto più magico e vero. E ancora più onesto rispetto agli altri.»

Per lui conta anche la semplicità d’uso.

MM: «La Radio è gratis. Oggi cosa trovi gratis? Devi pagare tutto.»

«Arriva ovunque. La puoi ascoltare mentre stai lavorando, mentre guidi, mentre pulisci casa.»

E soprattutto:

MM: «È un mezzo che non ti distrae.»

La sua preoccupazione è che chi ha vent’anni non abbia nemmeno occasione di scoprirlo.

MM: «È un peccato che le nuove generazioni vedano la Radio come una roba vecchia.»

Non è la Radio, dunque, a essere necessariamente incapace di attrarre i giovani. Forse siamo noi che abbiamo smesso di farli entrare.

«Alla mie spalle non c’è nessuno che corre per portarmi via il posto»

Marco comincia a fare l’elenco. E l’elenco diventa inquietante. Marco Galli. Linus. Albertino. Pellecchia. Tony Severo. Giuseppe Cruciani. Lo stesso Mazzoli.

MM: «Siamo ancora noi.»

L’età media avanza.

MM: «Quando parliamo di Radio continuiamo a parlare di quei nomi.»

Poi la frase:

MM: «Non è possibile.»

Mazzoli ha 54 anni. E si rende conto di essere ancora percepito come uno dei protagonisti più contemporanei della Radio.

MM: «Io a 54 anni sono ancora tra quelli considerati giovani, tra quelli di tendenza.»

Il problema quindi non riguarda lui. Riguarda ciò che viene dopo.

MM: «È un peccato vedere che alle mie spalle non c’è nessuno che sta correndo per portarmi via il posto.»

Gli faccio notare che quando arrivò a RTL 102.5 era alquanto acerbo. Concorda.

MM: «Quando tu mi hai portato a RTL io facevo cagare, Claudio. Lo sai.»

Ma il punto è precisamente questo. C’era qualcuno disposto a scommettere. E c’era un posto nel quale imparare.

MM: «Il talento l’avete tirato fuori progressivamente. Mi avete insegnato voi a fare il professionista.»

Ed è forse l’affermazione più importante di tutta questa parte dell’intervista. Il talento non nasce necessariamente pronto per la prima serata. A volte va riconosciuto quando ancora sbaglia.

La Regola di Cecchetto: «O hai qualcosa da dire o metti un disco»

C’è una seconda emergenza sulla quale ci troviamo immediatamente d’accordo. La qualità degli interventi. Marco ricorda una regola imparata da Claudio Cecchetto.

MM: «Io devo molto a due Claudio: a te e a Cecchetto.»

Poi la regola.

MM: «Cecchetto mi ha insegnato: o quando apri il microfono dici qualcosa di intelligente, o dici qualcosa di divertente, oppure stai zitto e metti un disco.»

Mazzoli dice di avere interiorizzato completamente quel principio.

MM: «Quella cosa io ce l’ho dentro.»

E quando ascolta determinati interventi radiofonici reagisce male.

MM: «Tante volte sento speaker che fanno interventi che non servono a niente e penso: stai zitto. Metti una canzone.»

Qui introduco un tema che sul blog ho chiamato spesso delle “notiziuole”. Notizie pescate dal web. Raccontate. Talvolta praticamente lette. Senza alcuna trasformazione. Mazzoli concorda. Perché il problema non è utilizzare una notizia. È non farne nulla. La notizia dovrebbe essere solo il punto di partenza. Il conduttore dovrebbe aggiungere qualcosa che Google non può aggiungere. Un punto di vista. Una storia. Una battuta. Un’immagine. Una conseguenza. Altrimenti rimane soltanto riempimento.

Ventotto stagioni dopo

Lo Zoo nasce nel 1999. Quella che sta per cominciare è la ventottesima stagione. Lo faccio notare a Marco. Ha ancora fame? La risposta, più che nelle parole, è in tutto ciò che mi ha raccontato nell’ora precedente. È arrivato in Radio alle nove del mattino per preparare un programma che ancora non è in onda. Ha appena rimproverato la squadra perché non la considera sufficientemente pronta. Sta rinnovando il contratto.

Compra frequenze negli Stati Uniti. Studia il Country perché vuole costruire una Country Radio. Crea un formato Deep Chill House perché gli piace. Sperimenta nuove modalità pubblicitarie. Sta costruendo app. E continua a essere agitato alla vigilia della prima puntata.

MM: «Io ormai in Radio ho la massima libertà. Cosa posso fare di più?»

È una domanda tutt’altro che rassegnata. Anzi. È la constatazione di chi è arrivato in una posizione che gli consente ancora di sperimentare.

MM: «Quando è arrivata Mediaset tutti dicevano: adesso lo blindano, non gli faranno più dire niente.»

Non è successo.

MM: «Mi hanno lasciato libero.»

E allora il futuro dello Zoo, almeno per adesso, sembra ancora aperto.

Non è la trasgressione. È il mestiere

Quando chiudiamo la conversazione mi accorgo che l’intervista ha seguito una traiettoria diversa da quella che si potrebbe immaginare incontrando Marco Mazzoli per una serie che si chiama Shock-Jocks.

Abbiamo parlato di Howard Stern. Di parolacce. Di licenziamenti. Di querele. Di libertà. Di programmi scomodi. Ma non è questo che mi rimane principalmente. Mi rimane la parola palestra. Mi rimane il ragazzo che il lunedì si faceva stampare la scaletta musicale del weekend per avere cinque giorni di tempo per prepararsi. Mi rimane quello che dice:

«La base deve essere perfettamente preparata.»

Mi rimane il leader che ammette:

«Ero diventato un dittatore.»

E poi capisce di dover cambiare. Mi rimane il professionista che mette l’interesse dello Zoo davanti all’orgoglio e riprende tre persone con cui aveva rotto. Mi rimane l’editore che studia un formato musicale che non conosce. Mi rimane il conduttore che dopo quasi trent’anni dice di avere ancora ansia prima di ripartire. Mi rimane soprattutto l’uomo di Radio che guarda dietro di sé e non trova abbastanza ventenni pronti a sfidarlo.

«La palestra è fondamentale.»

«Bisogna insegnare ai ragazzi la bellezza di questo mestiere.»

«La Radio è un mezzo straordinario.»

«È uno dei mestieri più belli del mondo.»

E infine la frase che, per me, contiene tutto. Dopo televisione, cinema, podcast, social, Stati Uniti, Isola dei Famosi e attività imprenditoriale, Marco Mazzoli continua a scegliere esattamente lo stesso posto dal quale era partito. Il microfono.

«Non potrei mai tradire il mio mezzo.»

«La Radio è la mia casa.»

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