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Nel Paese di Giuseppe Cruciani e Marco Mazzoli, raccontare Howard Stern è necessario. Non per stabilire classifiche di eccesso. Non per decidere chi sia più feroce, più scorretto, più volgare o più capace di incendiare il pubblico. Sarebbe una gara povera. E anche una gara sbagliata. Howard Stern viene prima, come epoca, come modello. E come industria. Prima dello shock Radio scelto con quotidianità. Prima della promessa di provocazione. Prima dell’idea che un conduttore sia un territorio mentale abitato da milioni di persone.
Stern non è solo uno shock jock. È il capostipite moderno dello shock jock come formato. La grandezza non sta nell’avere detto cose proibite. Molti l’hanno fatto. La sua grandezza è stata nell’aver creato sulla proibizione una macchina narrativa, produttiva, commerciale e tecnologica. La 1^ puntata della serie “Shock Jocks” non può che partire da lui. Howard Stern è la matrice. Tutti gli altri sono venuti dopo. Alcuni l’hanno studiato. Altri lo hanno copiato. Molti lo hanno ridotto alla superficie. Pochissimi hanno capito il suo sistema.
La Radio come corpo contundente
Howard Stern nasce a Roosevelt, nello Stato di New York, il 12 gennaio 1954. Suo padre è un tecnico del suono. Non è un dettaglio biografico. È un percorso d’avvio. Stern cresce dentro l’idea che il suono non sia un accessorio della vita, ma uno spazio da controllare e abitare. E scoprirà, poi, anche da deformare. Da studente della Boston University lavora alla Radio del college. Poi arriva la gavetta, quella vera, in mercati diversi e con risultati non sempre memorabili. Ma la personalità si forma proprio lì. Nei momenti più difficili.
Tra fallimenti, licenziamenti, spostamenti, incomprensioni con le direzioni e progressiva scoperta di una voce che non somiglia per nulla a quella degli altri. Il passaggio decisivo avviene quando incontra Robin Quivers, giornalista di colore. E, da quel momento, Stern non è più soltanto un conduttore che parla. Diventa un asse drammaturgico. Robin, non è una valletta, non è una spalla decorativa, non è una presenza di servizio. È: controcampo intelligente, coscienza laterale, risata che autorizza e insieme giudica. Duo formidabile.
La Radio di Stern è corpo contundente. Colpisce, respinge, seduce, irrita, trattiene. È una Radio che non vuole accompagnare con discrezione. Un po’ come voler entrare in stanza, sedersi sul tavolo, rovesciare i bicchieri e costringere tutti a guardarla. In una America sì puritana, offre voce alle omosessuali. E ne fa narrare le storie di erotismo e di sesso, con domande incalzanti su dettagli e situazioni. Gli ascoltatori sbandano attoniti in un mix tra imbarazzo e curiosità. Al termine del quale o ami Howard Stern oppure lo odi.
Lo shock non basta
Il primo errore, parlando di Stern, è pensare che basti scandalizzare per diventare Stern. È l’equivoco che ha generato decenni di imitazioni modeste. Lo shock, da solo, è solamente rumore. Lo shock senza personalità è soltanto maleducazione. E lo shock senza struttura è dilettantismo. Stern aveva altro. Aveva ritmo. Aveva ossessione. Aveva capacità di stare dentro una conversazione anche quando sembrava uscirne completamente. Aveva talento per trasformare l’imbarazzo in contenuto e poi lo stesso contenuto in una dipendenza.
Soprattutto, aveva una percezione quasi animalesca della soglia: quanto si può spingere, quando fermarsi, quando riaprire, quando fingere di perdere il controllo. La sua Radio viveva di sesso, celebrità, confessioni, crudeltà, autoironia, cattivo gusto, derisione e improvvisi momenti di verità. Ma viveva anche di un patto. L’ascoltatore sapeva che avrebbe potuto sentire qualcosa di irripetibile. Non una bella conduzione. Non un buon servizio. Non una playlist ben confezionata. Qualcosa che accadeva solo in quello show.
Questa è la lezione ancora attuale. La Radio vince quando crea attesa. E Stern creava attesa come pochi altri. Non perché promettesse ordine. Perché prometteva pericolo!
New York, Los Angeles e il dominio nazionale
Nel 1985 The Howard Stern Show arriva su WXRK-FM a New York. L’anno successivo comincia la diffusione in tutti gli USA attraverso un syndicator nazionale; da quell’istante il personaggio Stern smette di essere una questione locale e diventa una forza americana. La sua Radio viaggia da mercato a mercato con un’identità talmente forte da superare il limite geografico. Nel 1992 Stern ottiene un risultato gigantesco poichè diventa la prima personalità Radio a essere contemporaneamente numero 1 a New York e a Los Angeles.
Non è un conseguimento qualsiasi. New York e Los Angeles. Non sono soltanto due città. Sono due sistemi culturali. Due mercati. Due mitologie. Questa è la risposta più efficace a chi riduce Stern alla volgarità. Se fosse stato soòo un provocatore sarebbe durato poco. E, invece, ha scalato i mercati più competitivi d’America. Non ammorbidendosi, ma peraltro radicalizzando il proprio linguaggio. In Stern la provocazione diventa un posizionamento. L’eccesso diventa marca. Il programma diventa comunità. Il conduttore diventa bandiera.
Una mattina dentro la macchina Stern
C’è poi una ragione personale per cui Howard Stern, per me, non è solo un caso di studio. Il 14 febbraio 1995 entrai nel suo show. Non metaforicamente. Fisicamente. Proprio negli studi Infinity, al 500 di Madison Avenue, New York. Sergio Natucci e io fummo coinvolti dopo un fax inviato quasi per gioco. A chiamare fu Gary Dell’Abate, il produttore storico dello show. Già questo dice molto. Dietro il caos apparente, Stern aveva una macchina di produzione attenta, curiosa, reattiva. Nulla era assolutamente lasciato davvero al caso.
Anche l’imprevisto veniva cercato, selezionato, preparato e poi lanciato nel vulcano della diretta. Ricordo l’attesa. Ricordo l’audio dello show diffuso negli ambienti. E tutta la mia sensazione di entrare non in una Radio, ma in una centrale elettrica. Dell’intrattenimento. C’era la diretta Radiofonica, c’era la ripresa televisiva per E! Entertainment e c’era anche il backstage, c’erano autori, fogli, segnali, presenze pronte a intervenire.
Quando entrammo nello studio, la prima cosa che colpiva era la contraddizione. Quello che in onda sembrava anarchia era in realtà un organismo organizzato. Stern è al centro. Robin Quivers nella sua area chiusa e off-limits. I 3 autori tutti davanti a lui. Musicisti e collaboratori pronti a commentare, disturbare, rilanciare. Era una magnifica fabbrica del caos controllato.
L’Italia presa a pugni, ma con metodo
L’ingresso di 2 italiani nello studio di Howard Stern non poteva certamente produrre una conversazione diplomatica. Stern attaccò. Eccome. L’Italia, gli stereotipi che riguardano il nostro Paese, la cultura popolare e anche il modo americano di vederci e immaginarci. Tutto diventò materiale. Tutto diventò carburante. Non c’era alcuna protezione. E alcuna cortesia, mai la minima intenzione di essere rassicuranti. Lì si capiva la grande differenza tra aggressione e mestiere. Stern non colpiva a caso. Colpiva per generare reazione.
Ogni risposta diventava occasione, ogni imbarazzo apriva una porta. Ogni silenzio era un invito a spingere di più. Quella non era educazione Radiofonica. Era vero combattimento Radiofonico. La cosa più impressionante era la velocità. Stern non procedeva per scaletta lineare. Procedeva per impulsi, ma impulsi sorretti da un sistema. Gli autori gli passavano spunti. Robin assorbiva e rilanciava. Il clima dello studio cambiava temperatura in pochi secondi. Il programma sembrava poter deragliare sempre ma non deragliava mai davvero.
Alla fine gli chiesi lo scopo del nostro fax e della visita: come vedesse il futuro del mezzo Radio. La risposta fu perfetta, arrogante e profetica: disse che vedeva soltanto un Howard Stern e “maledettissime copie di Howard Stern”. Era una battuta, certo. Ma era anche una diagnosi. Da allora, infatti, la Radio mondiale ha prodotto una quantità enorme di copie, mezze copie, imitazioni, travestimenti e caricature.
La FCC: il nemico che ogni mito desidera
Ogni grande personaggio Radiofonico ha bisogno di un antagonista. L’antagonista ideale per Howard Stern fu la FCC, la Federal Communications Commission. E’ l’autorità che negli Stati Uniti vigila anche sul contenuto del broadcasting. Stern fu accusato e multato, combattuto, discusso, usato come esempio di ciò che la Radio non avrebbe dovuto essere. Tra gli anni Novanta e i primi Duemila, le multe legate ai contenuti dello show divennero parte integrante della sua leggenda. Il punto è capire l’effetto industriale di quella guerra.
La FCC voleva contenere Stern. E Stern trasformò quel contenimento in narrazione. Ogni multa diventava pubblicità. Ogni censura diventava una conferma. Ogni attacco diveniva prova del fatto che lui stesse dicendo ciò che altri non osavano proprio dire. E il pubblico non seguiva solo un programma. Seguiva una battaglia. È un meccanismo molto potente. Anche pericoloso. Perché confonde libertà e irresponsabilità. Proprio qui Stern diventa un caso di studio: ha preso il conflitto regolatorio e lo ha convertito in identità editoriale.
Dal broadcasting gratuito al satellite a pagamento
Nel 2004 Stern firma con Sirius un accordo destinato a cambiare la storia della Radio. 5 anni di contratto, una cifra gigantesca, un passaggio epocale dalla Radio terrestre a quella satellitare. Il primo show su Sirius arriva nel gennaio 2006. È migrazione tecnologica, ma è una migrazione simbolica. Stern lascia l’ambiente regolato della FCC, e si sposta su una piattaforma a pagamento. Il punto è straordinario. Stern non vende più soltanto pubblicità alla sua audience, diventa una ragione di abbonamento. La sua libertà diventa premium.
È una lezione che la Radio, ancora oggi, dovrebbe studiare con più attenzione. Sirius non compra soltanto un conduttore. Compra una tribù. Compra fedeltà. Compra controversia. Compra attenzione. Compra il diritto di dire agli utenti: se volete davvero Howard Stern, dovete venire qui. Questa è una delle grandi svolte della sua carriera. Stern non è più solo un uomo da rating. Diventa un asset di piattaforma. La sua voce non serve soltanto a fare ascolti. Serve a spostare persone, abitudini, denaro e percezione del valore.
Il paradosso: più libero, ma meno universale
Il passaggio a Sirius libera Stern da molti vincoli. Ma ogni libertà ha un prezzo. La Radio terrestre lo rendeva inevitabile, disponibile, presente nel flusso di chi accende l’autoradio. Il satellite lo rende più libero, ma anche più separato. Chi lo vuole deve cercarlo, pagarlo, seguirlo. Questo è il paradosso di tutta la sua seconda carriera. Stern diventa più padrone del proprio mondo, ma meno esposto al mondo. La sua comunità resta forte, ma diventa più chiusa. La trasgressione trasferita a Sirius perde una parte della sua forza dirompente.
È una questione fondamentale per capire l’audio di oggi. Il contenuto premium protegge e monetizza. Ma il broadcasting generalista, quando funziona, irrompe. Entra anche nella vita di chi non lo stava cercando. Stern ha vissuto entrambe le dimensioni, dominate nelle modalità differenti. Il suo caso dimostra che la distribuzione non è mai neutra. Cambiare piattaforma significa cambiare anche il significato del contenuto. La medesima voce, non produce lo stesso effetto se arriva gratuitamente a tutti o se vive dietro un abbonamento.
Da provocatore a grande intervistatore
Poi accade un’altra trasformazione. Stern invecchia. Il mondo cambia. Tutta la sensibilità culturale cambia. Il pubblico cambia. Lo shock sessuale e corporeo che negli anni Ottanta e Novanta sembrava incendiare l’America comincia ora a diventare meno centrale, meno nuovo, a tratti perfino più difficile da sostenere. Stern non scompare affatto. Si trasforma. Diventa progressivamente un grande intervistatore. Un conduttore che è capace di portare celebrità, musicisti, attori e personaggi pubblici dentro conversazioni molto intime.
Non abbandona il proprio ego. Non diventa un giornalista “classico”. Ma sposta il centro del suo talento. Il nuovo Stern non vive più sullo scandalo. Vive sulla confessione. Vuole sapere, scavare, ottenere il dettaglio emotivo. La domanda oscena lascia spazio, almeno in parte, alla domanda personale. Il corpo resta, ma arriva la psiche. L’esibizione resta, ma arriva la memoria. Questa evoluzione è decisiva. Gli shock jocks che restano sempre prigionieri dello shock finiscono spesso male: ripetitivi, rancorosi, invecchiati.
Stern, invece, ha capito che per durare doveva cambiare il tipo di rischio. Prima rischiava l’incidente. Poi ha iniziato a rischiare la profondità.
Audio, video e memoria
Per raccontare Stern oggi non basta il testo. Serve audio. Serve video. Serve la percezione fisica della sua conduzione. La scrittura può spiegare, ma non può sostituire il ritmo, tutte le pause, le risate, le interruzioni, il modo in cui una conversazione sembra perdersi, e poi ritrovare continuamente il suo centro. Qui procedo con tre innesti multimediali.
Il primo è personale: il racconto dell’incontro del 1995 e, se disponibile, anche solo un frammento sonoro di quella presenza nello show. Non serve pubblicare tutto. E a volte basta un minuto, se è vero. E quella mattina era vera. Potete cliccare sull’immagine per accedere al mio articolo-resoconto e agli audio catturati da un registratore in studio.
Il secondo innesto è video: una clip ufficiale dello Stern intervistatore del giorno d’oggi, dello Stern contemporaneo. Serve per mostrare come Howard Stern non sia rimasto per nulla congelato nello stereotipo del conduttore osceno. È diventato molto altro, senza cessare di essere Stern.
Il terzo innesto è foto d’archivio: una foto con riferimento allo studio di Sirius XM a Los Angeles dello show. Perché il punto è questo: Stern non è mai stato un uomo solo davanti a un microfono. È stato il centro di un sistema, anche in riferimento alla accoglienza degli ospiti.

Perché non basta copiarlo
Arriviamo alla lezione più scomoda. Copiare Howard Stern è quasi sempre una pessima idea. Copiarne le parolacce, gli eccessi, l’aggressività, il gusto del proibito o la capacità di umiliare l’interlocutore significa carpire e prendere la parte più visibile ma più povera del modello. Quello che va studiato è altro. Il patto con l’ascoltatore. Il cast. Il controllo del ritmo. La disponibilità a mettersi in gioco. La capacità di costruire un appuntamento. L’uso del conflitto. La trasformazione del nemico in narrazione, la gestione della fedeltà.
In Italia abbiamo abbiamo forme diverse di radio provocatoria. Alcune intelligenti, altre efficaci, altre semplicemente rumorose. Ma Stern resta un’altra cosa. Non perché fosse “più cattivo”. Perché ha trasformato una personalità estrema in un modello industriale di lungo periodo. La differenza è qui. Molti possono scioccare. Pochi possono scioccare ogni mattina per anni. Ancor meno possono usare lo shock per costruire libri, televisione, cinema, satellite, archivio, video, abbonamenti, interviste e mitologia personale.
La Radio che divide, trattiene e rischia
La serie “Shock Jocks” nasce per questo: non per celebrare la volgarità, ma per capire una funzione estrema della Radio. La Radio può essere compagnia, servizio, musica, informazione, eleganza, presenza discreta. Ma può essere anche conflitto, febbre, rottura, attrazione disturbante. Howard Stern rappresenta il punto massimo di questa seconda possibilità. Divideva. Ma tratteneva. Rischiava. Ma produceva risultati. Irritava. Ma generava fedeltà. Veniva contestato. Ma non veniva ignorato.
E in Radio, spesso, il contrario dell’amore non è l’odio. È l’indifferenza. Stern ha costruito la propria carriera eliminando l’indifferenza. Lo si amava o lo si detestava. Lo si seguiva o lo si combatteva. Lo si imitava o lo si condannava. Ma era impossibile far finta che non esistesse. Questa è una qualità Radiofonica enorme, anche quando diventa moralmente problematica. Non va santificato. Non va assolto da tutto. Non va ridotto a genio innocente perseguitato dai benpensanti.
Stern è stato anche eccesso, cattivo gusto, ferocia, maschilismo, crudeltà, narcisismo. Ma sarebbe infantile fermarsi lì. Perché dentro quel materiale spesso respingente c’è una lezione professionale gigantesca.
L’uomo che ha visto arrivare le proprie copie
Quella mattina del 1995, quando Howard Stern disse che nel futuro vedeva solo Howard Stern e maledettissime copie di Howard Stern, stava facendo il suo mestiere. Stava esagerando. Stava provocando. Stava mettendo se stesso al centro dell’universo, come sempre. Ma aveva ragione più di quanto forse si potesse ammettere. La Radio successiva, in America e altrove, ha prodotto una quantità enorme di conduttori costruiti sull’idea di essere “senza filtro”. Alcuni grandi, molti piccoli, alcuni necessari, altri dimenticabili.
Tutti, in qualche modo, passati dalla porta che lui aveva sfondato. Stern ha dimostrato che la personalità può essere più forte del formato. Che il conduttore può diventare anche una piattaforma. Che il rischio può essere un asset. Che la censura può diventare marketing. Che la fedeltà può valere più della rispettabilità. Che la Radio, quando osa davvero, non si limita a trasmettere: occupa. Ecco perché Howard Stern è il Re dello Shock che ha inventato tutti gli altri.
Non perché tutti gli altri gli assomiglino davvero. Ma perché dopo di lui nessuno ha più potuto fingere che la Radio estrema fosse solo un incidente. Con Stern è diventata linguaggio, industria, potere e leggenda.
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