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Chi lavora nella Radio osserva molto la Radio. È comprensibile. Si analizzano gli ascolti, si seguono le mosse dei concorrenti, si confrontano i palinsesti, si studiano i formati e si discute delle tecnologie di trasmissione. Tutto necessario. Ma non più sufficiente.
Se continuiamo a guardare soltanto entro i confini del nostro mezzo, rischiamo di accorgerci dei cambiamenti quando sono già arrivati. Molte delle trasformazioni che riguarderanno la Radio, infatti, sono già visibili nelle industrie che le stanno accanto: musica, editoria, comunicazione, televisione, audiovisivo, podcast, videogiochi e piattaforme digitali.
Il rapporto “Io sono Cultura 2026”, presentato a Roma a metà luglio e ora disponibile integralmente sul sito di Fondazione Symbola, offre proprio questa opportunità: allargare lo sguardo. Il volume, promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere, Deloitte e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, non si limita a misurare il valore economico della cultura. Racconta un sistema produttivo nel quale i confini tra settori, linguaggi e modalità di consumo stanno diventando sempre più permeabili.
Anche quest’anno ho avuto il piacere e la responsabilità di contribuire alla parte dedicata al mezzo, intitolata “La radio in Italia tra tenuta, accesso e nuova rilevanza”. Ma il mio invito agli operatori radiofonici è molto esplicito: non scaricate il rapporto soltanto per leggere le tre pagine sulla Radio. La parte più stimolante comincia proprio quando si continua a sfogliare.
La cultura non è un ornamento dell’economia
C’è ancora chi considera la cultura come un’attività nobile ma accessoria, da sostenere soltanto dopo essersi occupati dell’economia “vera”. I numeri del rapporto demoliscono questa rappresentazione. Nel 2025 il Sistema Produttivo Culturale e Creativo italiano ha generato 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,7% dell’economia nazionale, crescendo del 3,3% rispetto all’anno precedente. Il complesso dell’economia italiana è cresciuto, nello stesso periodo, del 2,3%.
Gli occupati sono quasi 1,54 milioni, ancora una volta il 5,7% del totale nazionale, con un incremento dell’1,7%. Ma l’impatto non si esaurisce nel perimetro direttamente culturale. Ogni euro prodotto dal sistema ne attiva mediamente altri 1,7 nel resto dell’economia. Si arriva così a un valore complessivo di 309,5 miliardi di euro, equivalente al 15,4% della ricchezza prodotta in Italia.
La cultura non è dunque un settore collaterale. È una filiera che alimenta turismo, servizi, tecnologia, comunicazione, commercio, territori e manifattura. È anche un sistema molto frammentato. Il 96,2% delle imprese del “Core Cultura” ha meno di dieci addetti. Una caratteristica che ricorda da vicino il tessuto della Radiofonia italiana: molte realtà di dimensioni contenute, fortemente specializzate e territoriali, capaci di creatività e flessibilità ma spesso limitate nella capacità di investimento. Anche per questo è utile guardare oltre il proprio recinto.
La Radio è solida, ma la tenuta non è una rendita
La fotografia contenuta nel capitolo dedicato alla Radio restituisce un mezzo tutt’altro che in ritirata.
I dati relativi all’intero 2025 stimano:
- 35,1 milioni di ascoltatori nel giorno medio;
- 44,5 milioni nei sette giorni;
- una durata media di ascolto di 245 minuti;
- una fruizione complessiva del mezzo pari al 78,4%;
- l’autoradio ancora prima modalità di accesso, con il 70% nel giorno medio;
- lo smartphone salito al 28,2% nel giorno medio.
Anche il quadro economico resta positivo: la raccolta pubblicitaria Radiofonica ha chiuso il 2025 a +1,8%, mentre il primo bimestre del 2026 si è attestato a +0,9%. La Radio conserva quindi una base di ascolto molto ampia, una presenza quotidiana e una funzione difficilmente sostituibile di accompagnamento, prossimità e relazione con i territori. Nel frattempo, però, tutto intorno cambia.
La nuova Audiradio sta cercando di misurare un ecosistema più largo del solo flusso lineare. Le emittenti iscritte all’indagine sono salite da 270 nel 2025 a 281 nel 2026. Le operazioni che hanno coinvolto GEDI, Antenna Group e Athesia confermano che la Radio continua a essere considerata un asset industriale rilevante. La vera partita si sta tuttavia spostando dalla semplice trasmissione alla reperibilità.
Nell’automobile connessa la Radio compete con piattaforme, aggregatori, servizi IP e sistemi di infotainment. Non basta più che il segnale arrivi: il contenuto deve essere visibile, riconoscibile e facilmente selezionabile. A questo si aggiungono due sfide ancora più profonde: costruire una relazione credibile con le generazioni giovani e applicare l’intelligenza artificiale senza indebolire l’elemento umano che rende distintivo il mezzo. La conclusione del capitolo è volutamente chiara:
Più che resistere,
la Radio sta cercando
di ridefinire le condizioni
della propria rilevanza.
Ed è proprio su queste condizioni che le industrie confinanti possono offrirci indicazioni preziose.
La musica: più offerta significa più concentrazione
Il mercato discografico italiano è cresciuto nel 2025 del 10,7%, quasi il doppio della media mondiale. Lo streaming ha registrato un altro +9,6%. Sembrerebbe il trionfo della disponibilità infinita: tutta la musica, ovunque e in qualunque momento.
Eppure,
l’80% degli ascolti in streaming
è prodotto soltanto
dallo 0,2% dei brani caricati.
È un dato impressionante. L’allargamento smisurato dell’offerta non ha moltiplicato nella stessa misura la varietà dei consumi. Al contrario, algoritmi, indici di popolarità e velocità della fruizione hanno concentrato l’attenzione su una porzione minuscola del catalogo. Per la Radio è una lezione importante. La disponibilità musicale non sostituisce la funzione editoriale. Più cresce l’offerta, più acquistano valore selezione, contesto, racconto, sorpresa e riconoscibilità.
Contemporaneamente, mentre lo streaming accelera, tornano modalità di ascolto apparentemente retrospettive. Nel 2025 il vinile è cresciuto del 24,2% e il CD del 15,1%. Si diffondono listening session, ascolti immersivi e occasioni nelle quali al pubblico viene chiesto di concentrarsi realmente sulla musica.
Il futuro, dunque, non procede in una sola direzione. Alla velocità si affianca il bisogno di lentezza. Alla distribuzione globale risponde il rafforzamento delle identità locali. Alla personalizzazione algoritmica si contrappone il desiderio di condividere un’esperienza. La Radio dovrebbe sentirsi perfettamente a proprio agio dentro questa complessità.
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L’editoria: meno copie, più lettori
Nel 2025 le copie di libri vendute sono diminuite del 3% e il valore del mercato della varia è calato del 2,1%. Nello stesso anno, però, il numero delle persone che si dichiarano lettrici è aumentato del 4%, raggiungendo 33,9 milioni di individui, pari al 76% della popolazione tra i 15 e i 74 anni. Più lettori e meno libri venduti.
Non è una contraddizione. È il segnale che la funzione culturale non sta scomparendo, ma sta cambiando forma e distribuendosi tra carta, ebook, piattaforme, community, audiolibri e contenuti digitali. Gli audiolibri, in particolare, crescono a doppia cifra perché entrano nei momenti della giornata che la lettura tradizionale non può occupare: spostamenti, attività fisica e faccende domestiche. Esattamente alcuni degli spazi d’uso nei quali la Radio ha costruito storicamente la propria forza.
Inoltre, l’audiolibro si sta trasformando. Non è più soltanto la lettura registrata di un testo, ma diventa serie, audio drama, produzione originale e contenuto progettato nativamente per il binge listening. Qui il confine con la Radio e il podcast non è più una linea di separazione. È diventato uno spazio produttivo.
La lezione è evidente: non bisogna confondere un contenuto con il suo supporto, né un mezzo con uno specifico apparecchio di ricezione. Un eventuale calo di una modalità distributiva non coincide necessariamente con la perdita della funzione culturale che quella modalità ha storicamente assolto. La Radio non è l’FM, il DAB+, lo streaming o un’applicazione. È l’esperienza editoriale che riesce a costruire attraverso tutti questi accessi.
La comunicazione: l’AI che serve è quella che lavora
Il capitolo dedicato alla comunicazione mostra come l’intelligenza artificiale sia ormai entrata nei processi creativi e produttivi delle aziende. Alcune campagne vengono realizzate direttamente dai team interni, riducendo il ricorso alle agenzie tradizionali. Nella cosiddetta smart production, l’AI permette di produrre campagne audiovisive in meno di trenta giorni, accorciando il time-to-market e riducendo costi che una lavorazione convenzionale renderebbe difficilmente sostenibili.
Sono comparsi anche ambassador virtuali, progettati per dialogare in modo continuativo con pubblici specifici come la Generazione Z. Per la Radio, il punto non dovrebbe essere soltanto la possibilità di mettere in onda un conduttore artificiale. È l’applicazione più vistosa, ma probabilmente non la più utile. Le opportunità più concrete riguardano trascrizione, traduzione, adattamento linguistico, versioni locali dei contenuti, organizzazione degli archivi, produzione commerciale e velocizzazione delle attività ripetitive.
L’intelligenza artificiale può inoltre aiutare le emittenti a trasformarsi da semplici venditrici di secondi pubblicitari in produttrici di contenuti e soluzioni per le imprese clienti. Spot audio, branded content, podcast, video brevi, eventi, social media e progetti territoriali possono diventare parti di un’unica offerta. È un’evoluzione necessaria soprattutto per le Radio locali, il cui futuro economico difficilmente potrà dipendere soltanto dall’aumento del prezzo o della quantità dei break.
Meno ossessione
per il conduttore sintetico,
dunque.
Più attenzione all’AI
che migliora prodotti,
processi e ricavi.
La televisione: la massa non garantisce l’innovazione
Anche la televisione conserva una forza enorme. Considerando televisione tradizionale, satellitare, web e mobile, raggiunge il 93,2% degli italiani. La televisione tradizionale mantiene una quota del 79,5%, pur perdendo 3,6 punti percentuali. Esattamente la quota guadagnata dalla web TV. Broadcast e digitale non si escludono: si redistribuiscono. Contemporaneamente, due dei maggiori successi dell’intrattenimento televisivo sono stati generati da format nati nel 1989 e nel 2003: “La Ruota della Fortuna” e “Affari Tuoi”.
La solidità dell’audience, dunque, può convivere con una certa immobilità progettuale. Anche questo riguarda la Radio. Milioni di ascoltatori e molte ore di consumo certificano la rilevanza presente, non garantiscono automaticamente quella futura. Un mezzo può conservare grandi numeri e, nello stesso tempo, rallentare nell’innovazione dei linguaggi. La vera sfida non consiste nel cancellare ciò che funziona, ma nell’utilizzare la forza dell’esistente per sperimentare ciò che ancora non produce risultati immediati.
I videogiochi: anche Marconi diventa interattivo
Il rapporto dedica un intero capitolo al videogioco come nuova forma di produzione e mediazione culturale. Il gaming non viene più osservato soltanto come intrattenimento. È utilizzato per raccontare il patrimonio storico, artistico, musicale ed economico, trasformando il pubblico da spettatore a partecipante. Tra i progetti citati compare anche “No Signal – Guglielmo Marconi: The Game”, realizzato per divulgare la figura di Marconi e la storia delle telecomunicazioni.
C’è qualcosa di simbolico: un videogioco può raccontare la storia della Radio in modo più interattivo di quanto spesso faccia la Radio stessa. Non significa che le emittenti debbano diventare produttrici di videogame. Significa comprendere che le generazioni più giovani si avvicinano alla cultura anche attraverso esplorazione, partecipazione, simulazione e costruzione di mondi. La semplice emissione di un contenuto, da una parte, e la sua ricezione passiva, dall’altra, non esauriscono più tutte le possibilità della relazione.
Aprire il Rapporto e non fermarsi alla Radio
“Io sono Cultura 2026” è un volume di 286 pagine. Per un operatore Radiofonico la tentazione potrebbe essere quella di aprire direttamente la pagina 196, leggere il capitolo sulla Radio e chiudere il documento alla pagina 198. Sarebbe un errore. Bisognerebbe continuare con i videogiochi, tornare indietro alla comunicazione e alla televisione, proseguire verso l’editoria e arrivare alla musica. Perché è proprio nei territori di confine che si riconoscono prima i cambiamenti.
La Radio è cultura non soltanto perché trasmette musica, informazione o intrattenimento. È cultura perché organizza il tempo quotidiano, costruisce linguaggi, crea appartenenza, rende riconoscibili i territori e mette in relazione persone che non si vedono. Ma non è un’isola.
Non deve diventare televisione, piattaforma, social network, audiolibro o videogioco. Deve però comprendere ciò che accade in quei mondi per restare più chiaramente sé stessa.
Il futuro della Radio
potrebbe essere
già cominciato
in un’industria vicina.
È il momento
di guardare oltre.
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