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Tutela del lavoro e governo dell’impresa: due responsabilità che non vanno confuse
Il 14 luglio scorso sono già intervenuto su questo blog sulla vertenza aperta a Radio Capital. La domanda di allora era essenzialmente editoriale: meno Giornali Radio significa davvero meno Radio? La mia risposta era no.
La tutela del lavoro dei giornalisti è legittima e necessaria. Ma numero dei giornalisti, quantità delle edizioni dei GR, qualità dell’informazione, competitività della stazione e valore percepito dall’ascoltatore non sono automaticamente la stessa cosa. In quell’articolo sostenevo anche che il Giornale Radio non è un “Sacramento”: è un contenuto e, come tutti i contenuti, deve dimostrare il valore che produce per chi ascolta. Non intendo ripetere quell’analisi. Perché la vertenza di Radio Capital non riguarda soltanto il futuro dei suoi GR.
C’è però una seconda questione, rimasta allora sullo sfondo, che merita a mio avviso una riflessione autonoma. Riguarda un tema assai più ampio:
dove finisce il diritto dei giornalisti
a essere tutelati, informati e consultati
e dove comincia la responsabilità
di chi deve governare
un’impresa editoriale?
La distinzione è fondamentale. Perché il diritto alla consultazione è un diritto. Il diritto alla cogestione dell’impresa è un’altra cosa. In quattro parole…
IL CDR NON È IL CDA
Partiamo dai fatti. Il 13 luglio la redazione di Radio Capital ha manifestato il proprio «sconcerto» per la significativa riduzione dei Giornali Radio comunicata dall’azienda, per il mancato rinnovo di una collaborazione e per il cambiamento delle mansioni di alcuni giornalisti. La redazione ha inoltre contestato il metodo, sostenendo che le decisioni fossero state assunte senza confronto, e ha annunciato forme di mobilitazione. Tutto perfettamente comprensibile nell’ambito di una vertenza sindacale.
Ma alla protesta si è aggiunta la solidarietà del Comitato di Redazione di Repubblica, con una affermazione che porta il confronto su un piano completamente diverso:
«Sono gli investimenti, e non i tagli, a produrre utili».
È proprio questa frase a meritare attenzione.
Difendere il lavoro è un diritto
Mettiamo subito in chiaro ciò che non è in discussione. I giornalisti sono lavoratori. Hanno diritto alla rappresentanza. Hanno diritto al rispetto dei contratti. Hanno diritto a conoscere e contestare decisioni che incidano sulle loro condizioni professionali. Hanno diritto alla mobilitazione e allo sciopero nei modi previsti dalla legge e dalla contrattazione. Il Comitato di Redazione ha inoltre prerogative specifiche nelle relazioni con l’azienda. Niente di tutto questo dovrebbe essere messo in discussione. Anzi.
Un editore che ignorasse i contratti o considerasse fastidioso qualsiasi confronto con i propri lavoratori dimostrerebbe una concezione piuttosto povera delle relazioni industriali. Ma riconoscere integralmente questi diritti non comporta affatto riconoscere un’altra cosa:
Il diritto di decidere
la politica industriale dell’impresa.
Consultare non significa governare. Rappresentare i lavoratori non significa amministrare l’azienda. Esprimere un parere non significa assumere la responsabilità della decisione.
“Sono gli investimenti a produrre utili”
La frase del Cdr di Repubblica ha certamente efficacia sindacale. Sul piano economico, però, non è una verità. Gli investimenti possono produrre utili. Possono anche produrre perdite. Esistono investimenti eccellenti. Esistono investimenti sbagliati. Esistono tagli che distruggono il valore di un prodotto. Ed esistono riduzioni di costo senza le quali quel prodotto non sarebbe più economicamente sostenibile. Dipende. Dipende dalla situazione dell’impresa.
Dai ricavi. Dai costi. Dal mercato. Dagli investimenti alternativi. Dalla strategia. Dal ritorno atteso. Dalla capacità di esecuzione. Dire che gli investimenti producono utili è un po’ come dire che spendere produce ricchezza. Può succedere. Bisogna vedere come, dove, quanto e perché si spende. Ed è precisamente questo il mestiere di chi governa un’impresa.
Il punto non è avere ragione. È risponderne.
Possiamo perfino immaginare che il Cdr abbia ragione. Forse la riduzione dell’informazione di Radio Capital sarà un grave errore. Forse impoverirà il prodotto. Forse farà perdere ascoltatori. Forse indebolirà un elemento distintivo della stazione. Può essere. Ma potrebbe anche non accadere. La nuova organizzazione potrebbe funzionare. Le risorse potrebbero essere impiegate diversamente. L’informazione potrebbe assumere forme nuove. Radio Capital potrebbe crescere. Non lo sappiamo. E qui sta il punto.
Il problema non è chi
possiede oggi la verità.
Il problema è chi possiede la responsabilità della scelta. Se una proprietà sbaglia la strategia, ne sostiene le conseguenze economiche. Se un amministratore investe male, risponde dei risultati. Se una direzione impoverisce il prodotto, saranno l’audience, i ricavi e il mercato a presentare il conto. Il potere di decidere dovrebbe trovarsi nello stesso luogo nel quale si trova la responsabilità di rispondere delle conseguenze.
Altrimenti si crea una strana asimmetria:
qualcuno vuole influenzare la decisione
senza assumersi il rischio del risultato.
L’interesse dei lavoratori è legittimo. Ma è un interesse.
Non c’è nulla di offensivo nella parola “interesse”. Un sindacato rappresenta un interesse. Ed è giusto che lo faccia. Se un’azienda riduce gli organici, il sindacato interviene. Se modifica le mansioni, chiede spiegazioni. Se non rinnova un contratto, difende il lavoratore. Se ritiene che una decisione impoverisca professionalmente una redazione, lo denuncia. È precisamente la sua funzione.
Il problema nasce quando quell’interesse particolare, legittimo e meritevole di tutela viene presentato implicitamente come se coincidesse necessariamente con l’interesse generale dell’impresa. Non è così. Non lo è per i giornalisti. Non lo è per i commerciali. Non lo è per i tecnici. Non lo è per i conduttori. Non lo è per nessuna singola componente di una Radio.
La rappresentanza dei commerciali potrebbe sostenere che l’azienda debba aumentare gli incentivi alla vendita. I tecnici potrebbero chiedere più investimenti negli impianti. I programmatori potrebbero desiderare maggiori budget per ricerca e produzione. I conduttori potrebbero volere più risorse per i programmi. Ognuna di queste richieste potrebbe perfino essere eccellente. Ma qualcuno deve stabilire le priorità. Perché le risorse non sono infinite. Quella è precisamente la funzione del governo dell’impresa.
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Una coincidenza che arriva dal 2007
C’è poi un elemento storico sorprendente. Il 24 gennaio 2007, quasi vent’anni prima dell’attuale vertenza, l’assemblea dei redattori di Radio Capital-Repubblica TV proclamò uno sciopero di 24 ore. Anche allora si contestava «la progressiva riduzione degli organici e della produzione giornalistica di Radio Capital». Anche allora si discuteva di accorpamenti, mansioni, collaboratori e organizzazione del lavoro. Anche allora venivano richiamate con grande forza le prerogative del Comitato di Redazione.
Era un’altra epoca. Un’altra proprietà. Un’altra direzione. Un altro mercato della Radio. Perfino un altro mondo dei media. Eppure alcuni argomenti sembrano sorprendentemente simili. Non lo segnalo per sostenere che le proteste dei giornalisti siano immutabili o sempre sbagliate. Lo segnalo perché suggerisce qualcosa di più interessante.
La tensione tra rappresentanza redazionale
e governo dell’impresa editoriale
è strutturale.
Non nasce con l’attuale proprietà di Radio Capital. E probabilmente non finirà con questa vertenza. Proprio per questo vale la pena definire bene i confini.
Autonomia giornalistica non significa governo industriale
La libertà professionale dei giornalisti è un valore. Un giornalista non dovrebbe modificare una notizia perché non piace all’editore. Non dovrebbe nascondere un fatto perché danneggia un inserzionista. Non dovrebbe confondere comunicazione commerciale e informazione. Non dovrebbe essere costretto a trasformare una convenienza aziendale in una verità giornalistica. Questo è il terreno dell’autonomia professionale. Ed è un terreno da difendere.
Ma dall’autonomia professionale non deriva automaticamente il diritto di determinare:
quanti giornalisti debbano lavorare in una redazione;
quanti Giornali Radio debbano essere trasmessi;
come debbano essere distribuite le risorse dell’azienda;
quanto debba essere investito in una determinata area;
quale debba essere il modello industriale dell’emittente.
Queste sono decisioni differenti. Confondere i due livelli non rafforza l’autonomia giornalistica. La trasforma in una richiesta di cogestione.
Il confronto con gli Stati Uniti
Esiste anche una differenza culturale interessante tra Italia e Stati Uniti. In Italia la professione giornalistica è organizzata attraverso un Ordine istituito dalla legge 69 del 1963. La stessa normativa prevede l’Albo dei professionisti e dei pubblicisti; l’Ordine ricorda inoltre che l’esercizio delle funzioni di giornalista è collegato all’iscrizione all’Albo professionale. Negli Stati Uniti il sistema è radicalmente differente. Non esiste un Ordine professionale pubblico equivalente che abiliti una persona a fare il giornalista.
La tradizione costituzionale americana della libertà di stampa si è formata, al contrario, anche attraverso il rifiuto storico dei sistemi di licenza preventiva sulla stampa. Il Constitution Annotated del Congresso ricorda esplicitamente come la lotta contro il licensing della stampa sia parte delle radici del Primo Emendamento. Questo non significa affatto che i giornalisti americani non possano sindacalizzarsi. Possono farlo.
E già nel 1937 la Corte Suprema, nel caso Associated Press v. National Labor Relations Board, escluse che la libertà di stampa consentisse a un’impresa giornalistica di sottrarsi alle norme che tutelavano l’attività sindacale dei propri dipendenti. Non è dunque “America senza sindacati” contro “Italia sindacalizzata”. Sarebbe una caricatura.
È piuttosto una differenza nella concezione della professione. E pone una domanda interessante anche per noi:
la tutela del giornalismo
e la tutela della categoria dei giornalisti
coincidono sempre?
Credo di no.
La Radio è un sistema
Chi lavora nella Radio lo sa bene. Una stazione non è una somma di reparti. È un sistema. Ci sono giornalisti. Conduttori. Producer. Programmatori musicali. Tecnici. Digital. Marketing. Commerciali. Amministrativi. Direzione. Proprietà.
Ognuno vede una parte della realtà. Il giornalista vede la qualità dell’informazione. Il programmatore la coerenza editoriale. Il tecnico l’affidabilità del servizio. Il commerciale la capacità di produrre ricavi. Il conduttore la relazione con il pubblico.
Sono tutte prospettive necessarie. Ma proprio perché sono parziali devono essere coordinate.
La direzione di un’impresa consiste
esattamente nel decidere
tra esigenze tutte potenzialmente legittime
ma non sempre compatibili tra loro.
Se bastasse sostenere che la propria funzione è importante per ottenere automaticamente le risorse richieste, non servirebbe più dirigere nulla.
E chi rappresenta l’ascoltatore?
C’è infine un soggetto che continua a comparire troppo poco nelle vertenze interne alle imprese editoriali. L’ascoltatore. Il giornalista rappresenta legittimamente il proprio punto di vista professionale. Il sindacato rappresenta i lavoratori. L’editore rappresenta la proprietà. Ma nessuno può affermare preventivamente di rappresentare anche il pubblico. Quello deve essere ascoltato. Studiato. Misurato. E soprattutto deve essere libero di scegliere.
Nel precedente articolo su Radio Capital mi ero soffermato proprio su questo punto. Non basta stabilire che un contenuto sia importante per chi lo produce. Occorre dimostrare che generi valore per chi lo riceve. Vale per un GR. Vale per un programma. Vale per un conduttore. Vale per una scelta musicale. Vale anche per un articolo come questo.
Diritti forti, ruoli chiari
Non vedo nulla di antisindacale nel chiedere chiarezza sui ruoli. Al contrario. Una rappresentanza dei lavoratori è più autorevole quando difende con forza ciò che le compete. Contratti. Occupazione. Condizioni di lavoro. Professionalità. Correttezza delle procedure. Autonomia. E un’impresa è più autorevole quando non usa la propria responsabilità decisionale come pretesto per ignorare quelle tutele.
Il confronto può essere durissimo. Talvolta deve esserlo. Ma le responsabilità devono restare distinguibili. Perché la consultazione è preziosa. Il confronto è utile. Il dissenso può migliorare una decisione. Ma alla fine qualcuno deve decidere. E deve poterlo fare proprio perché sarà chiamato a risponderne. Forse allora tutta la questione può essere riassunta in tre principi.
Massima tutela dei diritti.
Massima autonomia professionale.
Massima chiarezza delle responsabilità.
Il sindacato tutela il lavoro. Il giornalista tutela la propria professionalità. La direzione governa il prodotto. L’impresa decide organizzazione, risorse e investimenti. E chi decide risponde dei risultati. Una Radio non appartiene ai giornalisti. Non appartiene ai conduttori. Non appartiene ai programmatori musicali. Non appartiene ai commerciali. Non appartiene ai tecnici. Ognuno è essenziale.
Nessuno, da solo, è l’impresa.
Photo Credit: iStock.com/hxdbzxy
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