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Ci sono libri che raccontano una vita. E poi ci sono libri che, raccontando una vita, hanno il merito di illuminare un’intera epoca. “Semprini – Il suono di un’epoca”, scritto dal caro amico e grande professionista Mario Semprini, appartiene a questa seconda categoria. È il libro personale, familiare, affettuoso di un figlio. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo come il tributo al padre Cesare Semprini. Dentro queste pagine c’è molto di più. C’è la storia di un’Italia che esce dalla guerra, ricostruisce, inventa, lavora, sperimenta.
E c’è soprattutto la storia di una generazione di tecnici e imprenditori dell’audio che ha reso possibile una parte decisiva dello spettacolo italiano. Musica dal vivo, teatri, night club, Cantagiro, RAI, Radio Monte Carlo, Radio Milano International, Radio Libere. E non è poco. Anzi, è moltissimo.
La nascita della Semprini
Il primo merito del libro è ridare al suono il suo posto. Oggi siamo abituati a considerarlo una commodity. Si accende un mixer, si apre un software, si carica un preset, si manda in onda. Ma per decenni il suono è stato una gigantesca conquista fisica, tecnica, artigianale. Valvole, nastri, eco, casse, amplificatori, microfoni, cavi, saldature, trasporti, guasti, notti, riparazioni, prove, palchi.
La Semprini nasce lì. Non come un marchio astratto, ma come una vera officina concreta. Una cantina milanese, il dopoguerra, pochi mezzi, notevole competenza. Cesare Semprini non costruisce semplicemente apparecchiature: risolve i problemi. E quando si lavora con cantanti, orchestre, teatri e spettacoli dal vivo, il problema è sempre il medesimo: il suono deve funzionare. Sempre.
Il libro racconta molto bene l’importanza dell’eco Semprini, nato quando l’effetto non era ancora una regolazione qualunque su una macchina. Era una soluzione tutta da inventare. L’eco dava alla voce una presenza inedita, nuova, una profondità diversa, una modernità immediatamente percepibile. Per gli artisti diventava un reale vantaggio. Per il pubblico, un’esperienza.
Da lì la storia si allarga. Frank Sinatra, Mina, Jimi Hendrix, Charles Aznavour, Dalida, Al Bano, Rita Pavone, Lucio Battisti, Aretha Franklin. I nomi sono notevoli, impressionanti. Ma il punto non è il catalogo delle celebrità. Il punto è che Semprini stava dietro al suono di una stagione irripetibile della musica popolare dei tempi. Invisibile al grande pubblico, indispensabile per chi saliva sul palco.
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Semprini e la Radio
Per chi si occupa del mezzo Radio, però, il libro diventa particolarmente prezioso quando il racconto entra nel territorio della diffusione, della regia, della messa in onda. Prima c’è la RAI. Il rapporto con il Cantagiro e con gli studi di Milano mostra una Semprini che già è inserita nella catena professionale del segnale audio. Non soltanto amplificazione per il pubblico presente, ma suono che viene raccolto, controllato, consegnato, trasmesso. Ed è il passaggio dal palco alla mediazione tecnica. Ed è un passaggio fondamentale.
Poi arriva Radio Monte Carlo. Nei primi anni ’70, quando in Italia il monopolio RAI non aveva ancora lasciato spazio alle emittenti private locali, RMC sperimenta i mezzi mobili, studi viaggianti, palchi itineranti. La Radio esce dallo studio, va poi sulla Costa Azzurra e sulla Riviera Ligure, incontra fisicamente il pubblico. Oggi parleremmo di eventi, brand activation, engagement, street marketing. Allora si faceva Radio con mezzi, casse, mixer, DJ, musica e presenza. Semprini era il cuore tecnico di quella Radio in movimento.
Infine, il capitolo decisivo: Radio Milano International e le primissime Radio Libere. Qui il libro tocca un nervo storico. La nascita della Radio privata viene spesso raccontata con le voci, i dischi, i personaggi, l’entusiasmo, la trasgressione del monopolio. E’ tutto vero. Ma manca spesso un pezzo: la tecnologia che rese possibile quella libertà. Radio Milano International non aveva bisogno solo di coraggio. Aveva bisogno di banchi regia, mixer, collegamenti, macchine per i jingle, sistemi semplici e affidabili.
Strumenti per le nuove professioni della Radio
Aveva bisogno di strumenti pensati per persone che stavano inventando un nuovo lavoro in tempo reale. Il mixer “Semprini MD3010”, presentato da Mario come un “apparecchio scuola” per tanti DJ, è un simbolo perfetto. Non è solo un oggetto tecnico. È un pezzo di pedagogia Radiofonica. Ha insegnato a una generazione intera a “mettere le mani” sulla Radio. Ha trasformato l’intuizione in operatività quotidiana.
Ancora più interessante è la Jingle Machine, progettata per mandare rapidamente in onda sigle, jingle e pubblicità da compact cassette. Sembra un dettaglio. Non lo è. E ogni volta che una tecnologia rende più facile lanciare un jingle, dare ritmo a una diretta, gestire uno stacco pubblicitario, cambia il linguaggio stesso del mezzo. La forma della Radio privata italiana nasce anche da queste macchine.
L’importanza del libro di Mario Semprini
Ecco perché questo libro è molto importante. Non solo perché celebra un marchio storico dell’audio italiano. Non solo perché conserva fotografie, ricordi, aneddoti, testimonianze e incontri con artisti straordinari. È realmente importante perché ricorda a noi della Radio una verità che oggi corriamo il rischio di dimenticare: prima dei format, delle playlist, dei software, dell’automazione digitale e dell’intelligenza artificiale, c’è stata la generazione di costruttori che ha dato alla Radio un corpo tecnico. Senza quel corpo, le idee sarebbero rimaste intenzioni.
Mario Semprini ha scritto un libro di memoria. Ma, per chi ama la Radio, ha fatto anche qualcosa di più utile: ha restituito dignità storica agli strumenti, ai tecnici, ai mixer, agli impianti e alle soluzioni che hanno permesso alla libertà Radiofonica di diventare grande trasmissione reale. La Radio è voce, certo. Ma la voce, senza il suono che la porta, resta ferma. E Semprini, in un’epoca decisiva, quel suono lo ha portato lontano.
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