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E’ un momento in cui si parla e si scrive di brand di stazione. A volte se ne straparla. Solo ad esempio, quando leggo che le emittenti non dovrebbero più usare il prefisso “Radio”, perché ciò non starebbe bene nella lunga lista delle Radio sul DAB. Gigantesca fesseria. E’ peraltro trasmessa come un suggerimento “figo”, e che profuma di futuro. Poi osservi l’origine di chi pontifica il suicidio collettivo di “Radio”; il solito fuoco amico dei sabotatori dell’etere FM e di chi pensa che la Radio via IP supererà le emissioni broadcast. Molto rapidamente. Boom!
I medesimi scienziati, che ci auguriamo si trasferiscano su Marte alle prime sperimentazioni di viaggi spaziali verso il pianeta rosso con Elon Musk, ci dicono anche come dobbiamo poi dichiarare nome e slogan della nostra stazione alle iscrizioni delle rilevazioni di ascolto. Per ingannare, probabilmente contemporaneamente, intervistatori e intervistati. Scorciatoie non edificanti e di certo non frutto di una strategia e di una struttura. Che gran peccato! Il tema è centrale, il brand in Radio. E prima di quelle da bar, ci sono riflessioni basilari da svolgere.
Un brand evocativo e memorabile
Sul tema dei brand di stazione vedo problemi ben più rilevanti del prefisso “Radio”. Infatti il vero vulnus sono i suffissi. Il tema che li riguarda è il loro contributo sia alla identità che al ricordo nel tempo della stazione. Tema sia di marketing che di rilevazione d’ascolto. Essi operano insieme, a braccetto. Siamo ben sicuri di considerare che Audiradio 2025 misurerà le emittenti sulla base del loro ricordo di ascolto? E che la ricostruzione del giorno medio è di fatto il ricordo del ricordo di ascolto? Sappiamo che è una competizione impari. E’ così.
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La possibilità di definire un nome di fantasia, e soprattutto di poterlo cambiare nel tempo, è una opportunità. Il comportamento medio degli editori è invece quello di mantenere il brand a vita. E ascolto e osservo brand che fanno grandi cambi di linea editoriale, magari nella più forte contraddizione di quella precedente, e che conservano lo stesso nome della stazione. Il mio pensiero è che dovremmo mutuare il coraggio di realtà anglosassoni. Il formato non ha funzionato bene? Si abbassa la saracinesca il giorno X e quello dopo la si alza con la novità.

Un brand è come una cartella nella mente delle persone. Cui vengono associati dei valori. E il branding è il processo per il quale l’associazione tra i valori e la marca è governato. Il che vuol dire che ci si prefigge di importare nel folder mentale di chi ascolta una serie di aspetti che contribuiscono alla originalità e alla distinzione della marca. Il naming è normalmente il suggello finale, la sintesi creativa dell’intero processo. Ogni stazione Radio è un vero essere vivente con valori di riferimento diversi che devono offrire servizio al pubblico e ai clienti.
Il tema della ricerca sul DAB
Più che notare staticamente aspetti di prefissi “Radio”, dinamicamente è l’affollamento del DAB che dovrebbe far riflettere. Per quanto questo possa ridursi e ammesso che possa così accadere. Il DAB rischia di presentarsi con un muro di emittenti al Radioascoltatore. Tante stazioni che dovrebbe ascoltare almeno per capirne la funzione. Ma il tempo non c’è. Forse sarebbe più semplice trovare un modo per rendere le descrizioni delle emittenti più consone e più utili per chi cerca. Invece quella è una occasione persa. Il broadcast vive di coerenze.
Photo Credit: iStock.com/Dzmitry Dzemidovic
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