New York City skyline
Il mercato delle frequenze FM si è fermato? Bene. Ma non confondiamo la fine di una bolla con la morte di una piattaforma. La FM non è finita: è finita la sua rendita. Ora conta una sola cosa: trasformare la copertura in ascolti, ricavi e performance.

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C’è una tesi “legnanese” che ogni tanto ritorna, soprattutto in chi guarda alla Radio con le lenti esclusivamente digitali. La tesi sparata è la seguente. Il mercato delle compravendite delle frequenze FM si è praticamente fermato, dunque la FM non interessa più. O peggio: la FM è morta. È una conclusione suggestiva? Forse. Ma è, sicuramente, una conclusione sbagliata. Perché confonde due piani che sono rigorosamente e completamente diversi: il valore speculativo di un asset e la sua capacità industriale di generare performance.

La bolla delle frequenze FM

Negli anni d’oro la frequenza FM è stata spesso trattata come un bene quasi immobiliare. Si comprava, si difendeva, si rivendeva. La copertura era scarsità. La scarsità era valore. Il valore cresceva. E intorno a quel mercato si è costruita una filiera importante: editori, intermediari, tecnici, progettisti, consulenti, studi legali, impiantisti. Non sto sostenendo che fosse tutto sbagliato. Era una fase storica vera. Ma era anche una bolla. Capisco che taluni coinvolti in quella filiera, uno in particolare, ora reagiscano male alla sua fine.

La frequenza non veniva sempre acquistata per quello che avrebbe prodotto “domani” in termini di ascolto e di ricavi. Veniva acquistata anche per presidio, posizione, protezione, espansione, status competitivo. In alcuni dei casi, il valore atteso della rivendita contava quasi se non certamente più del rendimento industriale. Poi quella stagione è finita. Tutti, nei grandi gruppi, hanno completato molte delle loro acquisizioni basate sui loro disegni. Le emittenti locali hanno avuto meno risorse e consolidato i perimetri dei loro bacini.

I prezzi richiesti sono spesso rimasti psicologicamente legati a un mondo che non c’è più. Il DAB, l’IP e le nuove abitudini di ascolto sempre più ubique hanno ridotto l’aspettativa di rivalutazione automatica delle frequenze. Ma attenzione: tutto questo non significa che la FM sia finita. Significa che è finita la rendita delle frequenze FM. Differenza enorme che non può essere fraintesa o, peggio, strumentalizzata. A danno degli stessi detentori di frequenze, invitati persino a dismetterle per puntare tutto ed esclusivamente sul digitale.

Quando rallenta il mercato immobiliare, non significa che le case non servano più. Il solo significato è che non possono più essere comprate a qualsiasi prezzo nella convinzione di altro momento del ciclo che domani qualcuno le pagherà ancora di più. Con le frequenze FM accade qualcosa di simile. Se non si vendono più alle cifre di una volta, non vuol dire che non abbiano valore. Vuol dire che il valore non può più essere misurato soltanto sulla base della scarsità o della rivendibilità.

Il valore delle frequenze FM, oggi

Oggi una frequenza vale se rende.

Vale se genera ascolto.
Vale se produce contatti utili.
Vale se sostiene la raccolta pubblicitaria.
Vale se copre davvero il territorio commerciale della stazione.
Vale se riduce il costo per contatto.
Vale se rafforza il brand.
Vale se porta persone vere alla Radio, ogni giorno.

Questa è la fase nuova. Non la fase “dopo la FM”. La fase “dopo la FM facile”. Per anni è bastato possedere copertura per sentirsi più forti. Oggi non basta più. La copertura deve essere trasformata in ascolto. L’ascolto in relazione. La relazione in ricavi. I ricavi in margine. E qui cambia completamente il mestiere.

La vera domanda non è più: “Quanto vale quella frequenza?”. La vera nuova domanda è: “Quanto produce quella frequenza?”. È un passaggio durissimo per chi ha vissuto la FM come patrimonio statico. Ma è anche un passaggio molto sano per chi considera la Radio una impresa, non una collezione di impianti. Una frequenza non è un trofeo. E nemmeno una medaglia da mostrare. Non è una rendita da custodire in cassaforte. È una macchina industriale.

E come ogni macchina industriale va fatta lavorare adeguatamente. Va alimentata con un servizio competitivo a un target di ascoltatori, con una programmazione ben riconoscibile e con una identità chiara, con una rete commerciale altamente preparata, con i contenuti locali quando servono, con promozione, con dati, con disciplina editoriale. Il paradosso è che proprio ora, con la bolla finita, la FM torna a essere più interessante. Non come oggetto di speculazione. Come strumento di performance.

Photo Credit: iStock.com/ventdusud

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Errori grossolani e visioni chiare

Chi ha già frequenze disponibili oggi non deve (rim)piangere il vecchio mercato. Deve chiedersi se le sta usando bene. Il problema non è nemmeno se la FM sia “analogica” o “digitale”. Il problema è se quella copertura stia generando valore. Una Radio che ha un buon segnale FM, ma un prodotto o un format debole e una vendita improvvisata non è penalizzata dall’analogico. È penalizzata da sé stessa.

Una Radio con una buona emissione FM, un format chiaro, una presenza commerciale seria, un rapporto vero con il territorio e una estensione digitale intelligente può invece continuare a produrre risultati importanti. Il futuro della Radio non è monopiattaforma. Non è solo FM. Non è solo DAB+. Non è solo IP. Il futuro della Radio è la capacità di usare ogni piattaforma per ciò che può dare.

La FM offre stabilmente ancora immediatezza, copertura, semplicità d’uso, forza in auto, accesso gratuito, abitudine quotidiana. Il DAB può dare ampliamento dell’offerta, qualità, nuovi canali, continuità digitale terrestre. L’IP può offrire interazione, dati, profondità, on demand, relazione diretta e misurabilità. E confondere la crescita del digitale con la morte della FM è un errore. Errore ancor più grande, usare il rallentamento delle compravendite come prova d’irrilevanza. Non è morto il “mezzo” FM ma il vecchio modo di valutarlo.

Non si compra più FM per sentirsi ricchi. Si usa la FM per produrre ascolto e ricavi. Ed è molto diverso. La fine della bolla della FM obbliga, direi finalmente, gli editori a tornare alla sostanza. Non basta più avere copertura. Bisogna meritarla. Non basta più possedere frequenze. Bisogna farle rendere. Non basta più dire “siamo ricevibili”. Bisogna essere scelti. È qui che si gioca la partita vera.

La Radio necessita di veri imprenditori, non di profeti

La Radio non ha bisogno di nostalgici dell’analogico. Ma non ha tanto meno il bisogno di profeti digitali che confondono i (loro) desideri con i comportamenti reali dal mercato. Ha soltanto bisogno di imprenditori. Editori capaci di misurare, programmare, vendere, investire, correggere, innovare. E di capire che la modernità non consiste nel buttare via ciò che funziona, ma nel farlo lavorare meglio dentro un sistema più ampio.

La FM non è più una cassaforte.

È tornata a essere un impianto produttivo.

Chi sa usarla, guadagna. Chi si limita a possederla, perde.

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