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Qui in Italia stiamo festeggiando i 100 anni della Radio di cui 50 nell’esercizio misto, tanto pubblico che privato. Negli USA hanno festeggiato il secolo della Radio da qualche anno e praticamente tutti sono stati caratterizzati dalla sola Radiofonia commerciale oltre a quella comunitaria, pur sempre privata. Il ruolo pubblico è ancora oggi nella funzione “Syndicator di Contenuti” per le stazioni comunitarie. Ci sono quindi elementi sia di differenziazione che di distanza evolutiva che, sia pur pionieri in Europa, ci pongono a distanze siderali.
Il senso dell’Industria
La cosa più rilevante che invidio ai miei colleghi statunitensi della Radio è il forte senso di appartenenza alla loro industria. Imparagonabile al nostro. E’ un sentimento che vive delle strutture istituzionali chiare e pulite come le associazioni NAB e RAB e, soprattutto, della consapevolezza di come esse operino da un lato nei confronti del Governo Federale e, poi, dall’altro in quelli delle stazioni iscritte, sempre oggetto di un grande spirito di servizio. Sì, quello che ci manca qui sono istituzioni e riferimenti che siano autenticamente di servizio.
Anche gli eventi delle istituzioni della Radio sono enormi ma non perché si è negli USA ma perché il mezzo è gigantesco e merita rappresentazioni degne e all’altezza. La capacità degli editori è di avere la precisa consapevolezza di cosa sia la torta e cosa la fetta. Quando essi si impegnano nel collettivo dell’industria non hanno il senso di perdere del tempo ma in realtà di investirlo, alla fine, a loro stesso beneficio. Con i concorrenti sono costruttivi in riunioni dell’industria mentre nel mercato competono assai duramente con gli stessi per la loro fetta.
La consapevolezza torta-fetta è proprio il tema centrale qui in Italia. Dalle discussioni sulla torta ci si aspettano risultati immediati, ad esempio di contenimento sulla metodologia degli ascolti non esattamente favorevole al proprio gruppo, rinunciando con ciò a validi obiettivi nel medio e lungo termine di credibilità del mezzo Radio nei confronti della competizione commerciale dal digitale. Stare al tavolo dell’industria vuol dire invece ogni tanto saper pure rinunciare a qualche punto proprio sapendo che il mezzo ne ricaverà un vantaggio totale.
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La posizione dei dirigenti
Mentre gli editori operano sulla torta in modi controversi e di brevissimo periodo, i dirigenti del mezzo non offrono il proprio contributo e nemmeno la propria voce. Prima di tutto sono pochi e troppo spesso coincidono con i titolari dell’impresa. C’è bisogno di competenza del sapere e della esperienza che si miscelino alla innovazione dei tempi. E questo complesso mix ha bisogno di loro, dei dirigenti, che non sono un pericolo ma la salvezza di memoria di questo mezzo e essenziali formatori per le leve future che hanno pure il diritto alla crescita.
C’è bisogno di dirigenti che siano profeti in Radio del miglioramento continuo. Ahimè, pure nei grandi gruppi editoriali, speranza un tempo di evoluzione in industria del mezzo Radio, troppi dirigenti si accontentano, non si arrovellano l’anima e barattano irruenza e voglia di crescita con la posizione certa, il posto sicuro. Quando la forma uccide la sostanza. E se nei grandi gruppi non parte la scossa, figuriamoci in quelli più piccoli incastonati a figure quasi imperiali che ancora riescono ad interferire negativamente nella loro stessa impresa Radio.
Prima la Radio e poi le Stazioni
Prima la Radio, prima di tutto, anche prima della competizione tra stazioni. Le industrie di tipo Radiofonico del mondo sono poi quelle che creano più valore sul mercato pubblicitario e nel servizio agli ascoltatori. La nostra cugina Francia è un esempio virtuoso, che può dar fastidio ai sensibili della narrazione transalpina ma che indubbiamente, e prima ancora dei riferimenti anglosassoni quali Regno Unito e USA, è il segno vicino, dietro l’angolo, che ci indica che si può fare. Negli anni dell’individualismo sfrenato, pensieri minoritari ma utili.
Photo Credit: iStock.com/BlackAperture
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